Forse non essenzialmente io, ma io

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Bologna (itinerante), Bo, Italy
Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter

sabato 26 dicembre 2009

Paolo Maurensig - Vukovlad. Il signore dei lupi

Titolo originale: Vukovlad. Il signore dei lupi
Autore: Paolo Maurensig
Anno 2006
Edizione: Oscar Mondadori scrittori moderni
Pagine: 109

Il libro di oggi lo presenterò in maniera del tutto inusuale, pensandoci, solo in un'altra occasione ho scelto di citare parte del testo del libro che recensivo: quando mi occupai di Confessioni di un'artista di merda di P. Dick.

"I mediocri popolano il mondo, ci sono eserciti di mediocri che pensano di farsi strada a gomitate, mediocri che pregano catechizzano e pontificano, altri che si prostituiscono, che camminano in ginocchio senza avere neppure il coraggio di alzare lo sguardo verso chi li domina. Mediocri che fanno carriera in politica perchè aggrappati a schiere di mediocri, mediocri che invadono le cancellerie di Stato, altri che si distinguono nell'esercito per l'assoluta vocazione alla sottomissione.
Tutti questi mediocri hanno la presunzione di determinare le sorti del mondo; ciascuno è orgoglioso del proprio miserabile ruolo. Tutti questi mediocri credono di aver avuto un ruolo significativo negli avvenimenti della storia ... "

Vive, sullo sfondo di questo libro, la storia di un doppio, per cui vi lascio con una domanda. Chi dei doppi che vi caratterizza è il fisico e chi l'ombra?
Buona lettura.

sabato 19 dicembre 2009

giovedì 10 dicembre 2009

Daphne du Maurier - Gli uccelli

Titolo originale: The birds
Autore: Daphne du Maurier
Anno 1996
Edizione: Sellerio editore Palermo
Pagine: 119

Il titolo del libro in questione, appartiene (non a caso, dato che ne rappresenta il diretto ispiratore) ad uno di quelli che restano nei miei ricordi cinematografici, prima che librari: Gli Uccelli di Alfred Hitchcock, semplicemente sensazionale.
Questa edizione della Sellerio si struttura in due racconti apparentemente differenti tra loro: Le lenti azzurre e Gli uccelli.
Nel primo romanzo, la protagonista, a causa di un'operazione oculistica, cessa di vedere il naturale volto delle persone, sostituendolo con il volto dell'animale che ne caratterizza la personale essenza.
Nel secondo romanzo, invece, per motivi del tutto imprecisati, "E' come se col vento di Levante fossero impazziti" suggerisce il protagonista, sono gli animali stessi a sovvertire le regole naturali di convivenza tra esseri umani e animali.
Questo in effetti è quanto avrebbe potuto dire chiunque, in una qualsiasi recensione giornalistica.

I due racconti sono legati da un filo, peraltro molto spesso, da una particolare accordanza; l'autrice, infatti, nel sovvertire le regole naturali a cui siamo abituati, osserva e ci mostra quel che secondo lei accadrebbe. Credo che l'angoscia e la tensione emotiva siano le caratteristiche più forti in cui il lettore viene proiettato e sta proprio qui, a mio parere, la bellezza di questi racconti, più che nella trama in sé (anche se entrambe le idee, non sono niente male).

In ultima analisi, aggiungo che i finali non sono necessariamente scontati, mi soffermo però sul secondo racconto (Gli Uccelli) che è l'unico su cui ho possibilità reali di raffronto.
Nel film hitchcockiano le speranze sembrano esistere, i personaggi principali salgono a bordo della macchina e si allontano circondati dagli uccelli lungo tutta la strada. Nel suo racconto la du Maurier appare un pò più realistica e, in questa sovversione naturale, la speranza, sembra piuttosto spegnersi con l'ultimo lapillo incandescente della sigaretta.

Buona lettura.

lunedì 7 dicembre 2009

Patrick McGrath - Grottesco

Titolo originale: The Grotesque
Autore: Patrick McGrath
Anno 2000
Edizione: Gli Adelphi
Pagine: 214

Il dizionario online della Hoepli, per il lemma grottesco, dà, cito testualmente, questo significato: "Bizzarro, stravagante, strampalato per goffaggine o deformità".
Ed è eccezionale come la parola che ho ricercato, venga sviscerata perversamente dall'autore, il quale non si sofferma solo a usarla come titolo del suo libro, ma la rende caratteristica eccelsa, in qualche maniera, di tutti i personaggi ivi presenti. Ognuno infatti ne incarna, seguendo le proprie inclinazioni, la bizzarria, la stravaganza o la deformità, fisica o morale.

giovedì 3 dicembre 2009

Aforisma del giorno

"Non importa la sapienza, nè l'arrivare goloso. Silenziate, impedite ad altrui di disturbarvi. Godetevi il viaggio"

domenica 22 novembre 2009

sabato 21 novembre 2009

Patrick Rambaud - La battaglia

Titolo originale: La bataille
Autore: Patrick Rambaud
Anno 1997
Edizione: Tascabili Bompiani
Pagine: 217

La sanguinosa battaglia di Essling del 1809 è la colonna portante di questo straordinario romanzo storico, scritto da questo giornalista e scrittore francese.
L'idea da cui il libro trae la linfa vitale, è uno scambio epistolare con Madame Hanska, con il quale Honoré de Balzac esprime la volontà di scrivere un romanzo (mai portato a termine, nonostante tutti i suoi sforzi), che parli dello scontro avvenuto, in quei giorni della tarda primavera, tra l'esercito napoleonico e l'esercito austriaco.


Il romanzo è un'eccezionale visione a "volo d'uccello", sorvolante sulle distese erbose, sul fumo denso e scuro, lasciato dall'esplosione della polvere da sparo e sulle masse di soldati in movimento, sapientemente miscelata ad un accurato interesse per il particolare, sempre ben delineato, palpabile, pulsante, della vita e dell'emotività, anche razionalizzata, dei personaggi che lo popolano. La forza del romanzo storico rivive intensamente nelle pagine di questo libro, dalla lettura fluente, come lo scivolare sul terreno di una palla di cannone, meno mortifero, ma ugualmente dirompente nel suo coinvolgere.


Ammetto che sono rimasto estasiato, come in poche altre occasioni, e, se è vero che l'età napoleonica è così carica di espressività già per la sua stessa natura, è eccezionale la capacità di Rambaud di seguirne il flusso concertandolo magistralmente.

Essling riecheggia, attraverso la carta inchiostrata, tutt'intorno al lettore e non solo nella sua mente.
Buona lettura.

mercoledì 18 novembre 2009

Aforisma del giorno

"Mi domando, abbastanza frequentemente, come si possa pensare di organizzare un sit-in in difesa della democrazia, quando non basterebbe l'Oceano Indiano a contenere il sangue della gente morta per crearla"

giovedì 12 novembre 2009

Friedrich Durrenmatt - Il minotauro

Titolo originale: Minotaurus
Autore: Friedrich Durrenmatt
Anno 1987
Edizione: Marcos Y Marcos
Pagine: 74

Conobbi questo libro quando durante uno dei miei lavori di editing, m'imbattei in un testo di psicologia terapeutica. La forza con cui colpì la mia immaginazione di antichista fu tale, che mi ripromisi di comprarlo al più presto.


Benchè sia un libro, per la sceneggiatura e per la sua brevità, è molto più vicino ad un racconto o, al più, al testo di uno spettacolo teatrale.
La trama prende spunto, anzi meglio, si appropria, rivisitandolo, del mito di Teseo e del Minotauro intrappolato nel labirinto, con tanto di filo rosso finale che conduce l'eroe in salvo verso l'uscita. La chiave di volta e di lettura non è infatti l'intelletto che vince sulla brutalità, nè la giustizia che prevale di fronte alle avversità del destino; la chiave è il punto di vista rovesciato, quello del minotauro, in primis, dell'emotività umana in secundis e, dulcis in fundo, delle realtà sovrapposte e contrarie degli specchi che rivestono le pareti del labirinto.


Ciò che mi ha deluso, è che tutti gli aspetti salienti del libro li conoscevo già prima di poterlo sfogliare con le mie mani, questo, proprio a causa del lavoro che me l'aveva portato alla ribalta. Va però detto, che la rilettura dei miti operata da Durrenmatt, ha sempre qualcosa di profondo, di commovente e, nel caso de "Il minotauro", la tragica figura della fiera appare umanizzata come mai è accaduto nel mito, troppo intento a perorare la causa dell'eroe.


Una lettura che vi colpirà nella vostra emotività e che vi consiglio, anche per il senso di vuoto che proverete, quando le brevi pagine avranno finito di viaggiare sotto la spinta delle vostre dita.
Buona lettura.

martedì 10 novembre 2009

Victor Hugo - L'ultimo giorno di un condannato a morte

Titolo originale: Le dernier jour d'un condanné
Autore: Victor Hugo
Anno 1998
Edizione: Oscar classici
Pagine: 98

L'idea di scrivere un libro, che promuova pene alternative alla punizione capitale, non è facile da realizzare, nè per i nostri tempi particolarmente audace o avanguardistica, benchè esistano stati in cui ancora vengano addebitate simili barbarie con troppo faciloneria.


Questa breve introduzione perde parzialmente il suo significato, di fronte al fatto che l'autorevole autore, Victor Hugo, vivesse in tutt'altro periodo, quello in cui l'idea di amministrazione della giustizia attraverso la pena di morte, sotto forma di ghigliottina, faceva, non solo metaforicamente, perdere la testa ai più.


La forza di questo scritto, che ricalca, in forma di romanzo autobiografico (dove protagonisti sono il condannato a morte e i suoi ultimi giorni di detenzione prima della decapitazione), le argomentazioni affrontate da Cesare Beccaria nel suo "Dei delitti e delle pene", è nella scelta personalissima e poco editorialmente popolare (almeno stando alla nota conclusiva del romanzo, scritta da Adèle Hugo) di lasciare anonimo il protagonista, che coinvolge, in questo suo anonimato di uomo senza volto, tutti gli uomini che come lui avrebbero (o avevano già) subito la punizione estrema, perdendo davvero il loro volto e con esso, l'individuale identità umana.


Uno scritto, questo, tanto più attuale, per il suo porre crudamente la natura stessa della non-vita di una persona condannata ad attendere il giorno, l'ora, il minuto stesso, della sua morte.
Una lezione, questa, che nei tempi passati poteva essere appresa osservando l'uomo che dal palco offriva il suo "moncone acefalo" alla folla e che oggi, in troppi, vorrebbero ignorantemente (nel senso più greco "di non conoscenza" possibile) riproporre.


Buona lettura.

Aforisma del giorno

"Una pistola ha i colpi contati e, se non li avesse lei, li avrebbe chi la impugna. La grettezza invece no ed è anche contagiosa"

sabato 7 novembre 2009

Valerio Evangelisti & Antonio Moresco - Controinsurrezioni

Titolo originale: Controinsurrezioni
Autore: Valerio Evangelisti e Antonio Moresco
Anno 2008
Edizione: Piccola biblioteca Oscar Mondadori
Pagine: 120

Comincio la mia stesura, proprio per la singolare armonia narrativa del libro, dalla fine.
Forse, questo romanzo in due tempi (slegati e indipendenti tra loro) non vi appagherà completamente, forse non riuscirà a tendere i vostri fili a tal punto da gradire il suono dell'accordo finale, tuttavia ne consiglio la lettura.
La ragione è nella prefazione che Evangelisti fa al libro, meritoria già da sé per la caratteristica visione d'insieme così coinvolgente e interessante. In particolare, quando l'autore della prima parte del romanzo scrive:
"E' col Risorgimento che, bene o male, riconosciamo comuni radici. ... A lungo si è parlato di "due Italie", adesso ne abbiamo quattro o cinque. Per individuare le falle non servono monumenti che nessuno vede, nè rivisitazioni storiche altrettanto ignote alla maggioranza. Solo la narrativa può restituire, in parte, il sapore di ciò che accadde.".


La prima domanda da fare ad ogni lettore, quindi, sarebbe: "Che cosa ricordi del Risorgimento"?
Ed è tanto più familiare nel suo porgersi, perchè i Fratelli d'Italia, hanno dimenticato ogni significato recondito non solo della parola "Fratelli" (semmai per un italiano, popolo multietnico per eccellenza, abbia significato qualcosa), ma soprattuto dell'importanza che, sul suo chiamarsi italiano, ha questo clamoroso e vitale evento storico.


Anomalia scrittoria.
Questa è la raffigurazione più precisa con cui identificare questo romanzo risorgimentale rivisitato, "narrativizzato". E i due autori sono davvero eccellenti nel manifestare con la loro scrittura e la loro scelta compositiva (lemma veramente calzante soprattutto per la seconda parte, scritta da Moresco), l'anomalia a cui mi riferisco.


Di pulsioni è fatta questa Italia. Di masse sanguinanti, di fumee accecanti e di uomini illustri.
Buona lettura.

martedì 3 novembre 2009

Howard Philip Lovecraft - Il caso di Charles Dexter Ward

Titolo originale: The case of Charles Dexter Ward
Autore: Howard Philip Lovecraft
Anno 2007
Edizione: BUR scrittori contemporanei
Pagine: 202

Lovecraft, tra i padri della letteratura horror propriamente detta, è raramente annoverato tra i romanzieri ed in effetti, i suoi sono più spesso racconti che romanzi. Il caso di Charles Dexter Ward, anche per la finezza e la ricercatezza dello stile e della trama, però, appartiene meritoriamente alla categoria dei romanzi.
Non sono un appassionato di Lovecraft e non sarebbe la prima volta che lascio una recensione di libri che non hanno colpito favorevolmente la mia avidità di lettore; tuttavia, non posso far altro che esprimere un giudizio davvero più che positivo, di fronte a questo scritto così ben concepito, con caratteristiche orrorifiche così tanto appaganti.

La forza di questo romanzo lovecraftiano, si insinua soprattutto attraverso un linguaggio fluido che ritrae una storia continuamente ombreggiata, fin quasi a diventare completamente nera proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di luce. Una luce maestosa che illumini a giorno il manifestarsi dell'orrore puro.
Invece è proprio qui che la maestria dell'autore diventa maggiore. Gli umani devono sapere senza vedere, devono scoprire senza competere con l'orrore, salvo pagare un prezzo elevato per la loro curiosità e, come mostrano i protagonisti del libro, la morte non sempre è quello più alto.

Senza dubbio, uno dei migliori Lovecraft di sempre.

Buona lettura.

Aforisma del giorno

" - Mio nonno, che si faceva i cazzi suoi, campò cent'anni - Ora, se il bisogno di questa ostentata longevità non fosse così diffuso, il mondo in cui viviamo sarebbe migliore"

Avvenimento estemporaneo - Bleach Nirvana

La Sub Pop Records spalanca le porte del Grunge e, a vent’anni dall’esordio dei Nirvana, ripropone i ragazzi di Seattle con il doppio LP in vinile del loro primo album, Bleach. Il nuovo Long Playing, il cui titolo (che tradotto significa candeggina n.d.r.) prese spunto da una pubblicità che consigliava di lavare gli aghi con la candeggina prima di drogarsi, è accattivante già a partire dalla sua riedita veste grafica. Infatti il primo disco, completamente bianco (proprio come se fosse stato appena lavato con la candeggina n.d.r.), si presenta come una fedele rimasterizzazione dei brani contenuti nell’album originale, mentre il secondo contiene la registrazione inedita di un live tenuto il 9 Febbraio del 1990 presso il Pine Street Theatre di Portland.

I suoni cupi, spigolosi e distorti e i testi ripetitivi e grezzi di brani come “School”, “Swap meet” e “Negative Creep”, lasciano riecheggiare i Nirvana più primitivi e brutali, ma anche più autentici e meno influenzati dal punk più melodico, più pop, qui rappresentato solo da “About a girl”. Un punk-pop che rappresenterà, agli occhi del grande pubblico, l’immediato successo del loro secondo album, Nevermind e che si ritrova all’interno del live del’90. Infatti il secondo disco, oltre a proporre in ordine sparso alcuni brani storici dell’album originale (come Blew storico brano di apertura di Bleach e di chiusura del live), contiene anche tracce dei Nirvana più conosciuti, a cominciare dallo stesso “About a girl” passando per il ritmo reiterato, insistente, di “Been a son” e per quello più elettrico e testualmente monotono di “Molly’s lips”.
Un’ultima chicca da appassionati.
Jack Endino, lo straordinario produttore che registrò Bleach nelle tre sessioni effettuate presso il Reciprocal Recording Studios di Seattle, tra il Dicembre 1988 e il Gennaio 1989 è la mano che, in questo quinto di secolo compiuto dalla band di Cobain, li festeggia nella rimasterizzazione del live e dell’album.
Ultimo tiro di fiato e buon ascolto.

Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine per l'opportunità.

venerdì 30 ottobre 2009

Jack London - La peste scarlatta

Titolo originale: The scarlet plague
Autore: Jack London
Anno 2009
Edizione: Gli Adelphi
Pagine: 94

State avvicinandovi a leggere un libro che segue (meglio sarebbe dire, che si colloca tra i fondatori) il filone post apocalittico, genere che usualmente lascia un pò di fiele da ingurgitare.
Il titolo, La peste scarlatta, mi ricorda uno straordinario racconto di Edgar Allan Poe "La maschera della morte rossa", ma penso che sia una commistione tra il leitmotiv dello scritto Londoniano e il titolo dello stesso, a richiamare alla mente Poe.
Tra l'altro, pensandoci, visto il formato dei caratteri di stampa usati e la brevità che lo contraddistingue, sarebbe meglio definire questo un racconto, piuttosto che un romanzo. Un racconto dal punto di vista stilistico scorrevole, pur nella sua terribile visione.


Einstein disse: "Non so come sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma la quarta lo sarà con pietre e bastoni". Ed è così che London immagina (ma presumo qualche anno prima dell'aforisma del genio del novecento) l'ecosistema in cui si muovono i personaggi del libro, ecosistema che non a causa di una guerra, ma di un'inarrestabile pandemia, è stato drasticamente ridotto nel numero degli esseri umani retrocendendo culturalmente ad una sorta di società simil-tribale.


Ciò che mi ha particolarmente colpito è anche qui, come in "Cecità" di Saramago, la scelta fatta dall'autore. Questi, infatti, con la scomparsa di un controllo statale e per contro con l'aumento della libertà individuale, lascia che le peggiori pulsioni dell'animo umano, prendano forme concrete, anche in persone tutt'altro che criminose nel quotidiano civile.
Viene, così, retrocessa una "giustizia economica", in cui è il più ricco ad avere più potere, ad una giustizia del più forte, del più prepotente; la prima, simbolo, nel libro, della società preapocalittica (riconducibile alla nostra contemporanea), la seconda, simbolo di una qualunque società primitiva.


Naturalmente è un racconto scritto, ma è, nel suo significato, il canto di un aedo, una fiaba della buonanotte per persone coscienziose, un tentativo opposto dalla tradizione orale alla scomparsa di una memoria collettiva (incarnato dal protagonista del libro, il nonno, che all'inizio sembra quasi nemmeno ricordarsi il suo nome, ma alla fine lo enuncia per esteso, professor James Howard Smith).
Ora, questa tradizione orale, proprio perché appartenente ad un passato degradato dal punto di vista morale, pur nel suo insegnamento, pur nella sua encomiabile funzione, semina uno sperma (nel senso greco del termine di "seme del grano") malato, che ogni lettore particolarmente idealista, realista, scrupoloso, si augurerebbe di non veder nuovamente germogliare.


Anche se la storia suggerisce che si tratta di una speranza vana...
Buona lettura.

giovedì 29 ottobre 2009

martedì 27 ottobre 2009

Aforisma del giorno

"C'è una rara stupidità nell'offrire cortesia solo dopo che questa viene imposta con la forza o con l'aggressività"

martedì 20 ottobre 2009

Niccolò Ammaniti - Io non ho paura

Titolo originale: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Anno 2001
Edizione: Einaudi Stile libero
Pagine: 219

Spesso quando mi trovo di fronte a scrittori blasonati dai media o a penne raccontate come incredibili dal pubblico di massa, il mio scetticismo (sempre allarmato dal binomio testè citato) rende il mio occhio più clinico, la mia mente più "aprioristicamente" confutante. Tutto sommato ammetto che questa fu l'impressione iniziale nei confronti di Ammaniti e verso le sue brevi armoniose opere.


Contrariamente a ciò che pensavo, invece, "Io non ho paura si è rivelato un libro dalle caratteristiche straordinarie, particolarmente per la prospettiva su cui tutta la struttura del testo si poggia. Quella degli occhi di un bambino che si relazionano ad una natura circostante tutta adulta, o precocemente adulta, com'è quella del sud.


Questo libro parla dell'estate, di un luogo imprecisato, in un posto imprecisato. E' la storia di un bambino e del mondo visto con i suoi occhi, che vedono il significato senza ricercarne il significante. E' il racconto di una stretta amicizia tra bambini che si sostanzia, ad un certo punto del libro, in quel "... io e te siamo uguali". Un messaggio profondo, questo, rivolto non solo ai bambini, che fin troppo spesso stanno dimenticando di essere bambini, ma a tutti gli adulti, che un tempo bambini, hanno dimenticato crescendo il significato della parola uguale.
Questo libro è la corsa di un bambino in una torrida estate del sud Italia, un nuovo salto verso un altrove, che in queste pagine appare di minore importanza rispetto alla corsa stessa.

Buona lettura.

domenica 18 ottobre 2009

Aforisma del giorno

"Vorrei esplorare mondi nuovi, per comprendere i colori prima ancora di dargli un nome"

sabato 17 ottobre 2009

Aforisma del giorno

"L'utilità di uno strumento è inversamente proporzionale alla sua fallacia e direttamente proporzionale alla sua imparzialità"

giovedì 15 ottobre 2009

Roy Lewis - Il più grande uomo scimmia del pleistocene

Titolo originale: The evolution man
Autore: Roy Lewis
Anno 1960
Edizione: Gli Adelphi
Pagine: 178

Mi è sempre un pò complesso definire divertente un libro (soprattutto perchè non ritengo esilarante e divertente sinonimi, né l'uno l'approssimazione per eccesso dell'altro), presumibilmente perché io stesso resto perplesso di fronte al significato reale di tale aggettivo.
Ad ogni modo, assumendo spassoso come sinonimo ed indipendentemente dal filosofeggiare, ho trovato questo romanzo eccezionale in tutto il suo anacronismo, sia dal punto di vista narrativo, che per la scelta linguistica adottata dall'autore.
Come già accennato per Jerome questo di Lewis è uno di quei libri da bollino rosso, non per contenuti sconci, ma solo per il rischio che si corre, leggendolo in pubblico, di passare per il matto che ride da solo.
Meraviglioso è stato leggere questo breve romanzo, che sul finire lascia anche spazio, dopo le tante risate e i sorrisi, per riflettere sulla natura avida dell'umana specie.

Veloce lettura, giusta lunghezza.
Buona lettura.

mercoledì 14 ottobre 2009

Aforisma del giorno

"Gli italiani sono un'accozzaglia di individualisti furbi, ma come si sa, se tutti si credono furbi, qualcuno o è un bugiardo o è un coglione"

lunedì 12 ottobre 2009

Aforisma del giorno

"A volte mi chiedo come mai la gente si ostini a scegliere il bene, senza dichiarare di aggiungere il complemento di vantaggio "per me"

Leonardo Sciascia - A ciascuno il suo

Titolo originale: A ciascuno il suo
Autore: Leonardo Sciascia
Anno 1988
Edizione: Gli Adelphi
Pagine: 151

Nel leggere Sciascia, e senza dubbio questo romanzo breve (molto breve) ne è l'emblema, si ha sempre a che fare con un qualcosa di impalpabile, di indefinito ma incontrovertibile, ineluttabile e predeterminato.
Questo qualcosa è arricchito dall'immutata, tacita, consapevolezza che le leggi del sud sono crudeli e quanto più l'agire dell'individuo è scrupoloso, genuino, mosso da qualche virtù, tanto più loro sono stringenti nel cappio che vengono a formare intorno al suo collo.

"A ciascuno il suo" è un giallo "a perdere", cioè pur inserendosi all'interno di questo genere se ne dissocia dai suoi criteri standard. Infatti il protagonista nello scontrarsi con il criminale, si scontra (o si incontra) anche con il suo stesso fato ed il finale della storia, non è un finale, ma lo scorrere quotidiano della vita.

Buona lettura.

mercoledì 30 settembre 2009

José Saramago - Cecità

Titolo originale: Ensaio sobre a Cegueira
Autore: José Saramago
Anno 1995
Edizione: Einaudi tascabili
Pagine: 315

"Solo chi non deve ricercare la sopravvivenza, medita di filosofia"
Motto medievale

Questo, è uno di quei libri che per tante volte, nelle mie escursioni in libreria, ho girato e rigirato tra le mani. Non avendo mai sentito nulla a riguardo della sua trama, infatti, prima di comprarlo ci ho messo un bel po’. Quando finalmente mi decisi a comprarlo fu, come accade a volte per gli incontri casuali, perfetto.
Il libro perfetto per il più perfetto dei momenti.


Una città senza nome, viene colpita da un’epidemia. Un male sconosciuto e dall’incubazione breve, che causa una cecità atipica: la vista non si oscura, ma si copre di un bianco lattiginoso. L’intervento dello Stato è immediato e il più duro possibile; tutte le persone affette da questo ignoto virus vengono, infatti, confinate in quarantena, in attesa di accertamenti.
Il concetto su cui si struttura la vicenda, è il mutare della natura umana ogni qualvolta si trovi in uno stato di crisi, mutamento che sarà tanto più profondo, quanto grave lo stato di crisi. La natura umana, per Saramago, è qui equiparata, a quelle delle bestie.
L’umanità lascia spazio alla bestialità, l’emotività agli istinti, la crudeltà alla cattiveria.

Per mia personale curiosità, ho cercato informazioni su questo romanzo e quando, tra le altre cose, ho letto di quanta incidenza avesse, nel romanzo, la visione pessimistica di Saramago, principale indiziata di questo giudizio così “pesante” sulla realtà della natura umana, sono rimasto perplesso. Dal mio punto di vista, infatti, l’uso del pessimismo per spiegare Cecità, ridurrebbe miserevolmente l’acutezza dell’autore.
La visione di Saramago del mondo in cui viviamo è una perfetta istantanea fotografica. Semplicemente, i suoi uomini sono privi di maschera, privi di quell’etica da convivenza imposta dalla società, cui diamo il nome di Diritto. Nel mondo impazzito in cui stanno vivendo non ne hanno bisogno e non se ne servono.
Il mondo dell’autore esprime il fascino agghiacciante dell’orrore.
Un orrore maestoso.
Uno specchio distorcente, che mostri come più spesso l’immagine distorta sia la nostra, non quella riflessa.
Buona lettura.

Aforisma del giorno

"Descrivere l'amore, lo farò in due parole: è impossibile"

lunedì 28 settembre 2009

Jerome Klapka Jerome - Tre uomini in barca (per tacere del cane)

Titolo originale: Three men in a boat (To say nothing of the dog)
Autore: Jerome Klapka Jerome
Anno 1987 (pubblicato in Italia)
Edizione: Oscar Classici Mondadori
Pagine: 243

Va specificato, prima di trattare di questo esilarante libro, che passando la mia vita in viaggio e non in senso metafisico (per lo meno non in questo caso) ma proprio fisico, la maggior parte delle mie letture avvengono e si esauriscono proprio nelle carrozze di treni, sui sedili di autobus, pullman, aerei e quant'altro.
Se vivete in viaggio o se avete una mente viaggiante o, ancora, se amate i libri ben scritti che parlino di massimi sistemi, di amicizia di frivolezze e di risate, dovete leggere questo classico della letteratura inglese.


I tre personaggi protagonisti di questa breve gita in barca, vi condurranno in un meraviglioso mondo che ognuno di voi conosce a menadito, quello delle chiacchiere tra amici che trasformano qualunque discorso in una trattazione filosofica, in cui son ben miscelate l'ironia e l'argomentazione scientifica. Tutto è intervallato dal susseguirsi di marachelle e di tacite elucubrazioni del cane più straordinario della letteratura, Montmorency, un irriverente fox terrier (a mio parere superiore di gran lunga a quegli intelligentoni da televisione di RinTinTin e Lassie).
La genialità di Jerome vi porterà molto oltre la vostra immaginazione e, prestate attenzione, salvo che siate disinteressati nel mostrarvi sghignazzanti ad occhi estranei, accostatevi alle sue pagine nella quiete della vostra camera, dove la solitudine vi impedirà di apparire come "lo zimbello che ride con un libro in mano" agli occhi dei posteri.


Lettura deliziosa, per lettori in cerca di ironia in movimento.
Buona lettura.

Aforisma del giorno

"Sono sicuro del fatto che occorra più tempo per creare che non per distruggere, ma non saprei dire quale delle due azioni provochi più piacere"

sabato 26 settembre 2009

venerdì 25 settembre 2009

Aforisma del giorno

"Ogni cosa ha una sua dilatazione relativa nel tempo, esaurita la quale non è più nemmeno ricordata"

giovedì 24 settembre 2009

Riflessioni su "Il deserto dei Tartari"

Titolo originale: Il deserto dei Tartari
Autore: Dino Buzzati
Anno 1945
Edizione: Oscar Mondadori classici moderni
Pagine: 202

Ci sono alcuni libri, ma forse dire "alcuni" è riduttivo, che capitano nei giusti momenti della vita, dove giusto non sottointende positività, ma solo temporalità.
Questo libro è stato questo per me.
Ho sempre saputo che "Il deserto dei Tartari" era un viaggio attraverso l'inquieta solitudine umana. Non è così, non solo almeno.
E' una critica a questa società prestampata, monoporzione, un manifesto contro la routine alienante che ci imprigiona ogni giorno di più, sorridendoci, disarmandoci, illudendoci. Illudendoci che domani qualcosa nella nostra vita in attesa cambierà.
Menzogna quotidiana, a cui finiamo tragicamente per credere.


Buona lettura.

Testamento biologico

Legnano, 11 Febbraio 2009

Io, Andrea Broggi, sano di mente e di corpo, non è così che si comincia a scrivere un testamento o sbaglio? … mmm… si mi pare che sia così, non so quanto sia importante però.
Ricominciamo.
Ciao a tutti,
ecco, questo modo mi è di gran lunga più familiare, sono passati due giorni dalla morte di Eluana Englaro, una storia particolare, ma non credo così tanto rara pur nella sua indicibile sofferenza, solo, forse, sensazionalmente più mediatica. Sono disgustato e come tale senza molte parole, ma dato che, come sentii dire ormai qualche anno fa, “noi uomini di lettere siamo in fondo tutti un po’ showman”, mi prendo la briga di mutare in parole questo senso di nausea, di vuoto, che sento in merito a quanto accaduto e penso, a dirla tutta, che questo bisogno sia più un mio egoismo, che non una risposta.
So che morirò, e chi mi conosce bene sa che l’unico rammarico che avrei, se morissi domani improvvisamente, è il non aver dato vita ad altro godimento per me e per chi mi sta intorno (intentendendo con “intorno” non solo gli affetti più cari, ma piuttosto, con beneplacito della mia catalizzante superbia, del mondo, che avrebbe il piacere, senza dubbio reciproco, di incontrarmi). Ma non sono qui per scrivervi di malefatte compiute o di avventure vissute, non parlo dei giorni fugaci o lenti che sono trascorsi lungo il mio viaggio e non credo di essere Petronio, per potermi burlare a tal punto dei posteri, da lasciare ammonimenti, punizioni e ricompense mentre il vino che mi regala il piacere della vita, vien fuori dalle mie vene, mutando quella vita in morte.
Se scrivessi per la mia morte, penso che direi cose differenti, racconterei piccoli aneddoti in grado di emozionare quelli che tra voi davvero hanno pizzicato le corde del mio animo, a tal punto da permettermi di regalargli un sorriso o una lacrima a piacimento, mio o loro che fosse.
No, non scrivo per la morte.
Scrivo per quella che io chiamerei morte, ma che la scienza medica chiama “stato vegetativo permanente”.
Questo che io scrivo, in maniera tanto edulcorata, non è per pochi eletti, è per tutti quelli che mi conoscono, per tutti coloro i quali che pensando me, al Broggi, al Terrone, a Sprauje, al Bronx, al Culo più bello di Siena, aggiungono nel loro ricordo, un avvenimento, una mia qualità.
Scrivo per dire che non mi interessa nulla di cosa scriveranno i giornalisti sul conto di chi si prenderà il disturbo di “staccarmi la spina”, qualora non dovessi trovarmi nella condizione di poterlo fare da solo, perché sappiate, e non ho nessuna remora nel dirlo, che se sarà nelle mie possibilità lo farò io.
Scrivo per dirvi che, per quel che mi riguarda, il Papa ha la stessa ingerenza nei miei affari, di una tarma che prova a corrompere con il suo svolazzare caotico il legno solido di una quercia. Papa è maiuscolo solo per non confondervi le idee troppo facilmente, non vorrei che scrivendo papa, voi pensiate ad un errore di battitura e confondeste la mia bassa considerazione papalina con la messa in gioco di una delle due fondamentali persone che mi ha fisicamente generato, senza dubbio, in quel preciso momento, con piacere.
Sono battezzato, sono comunicato, ma se conoscessi il modo, per questioni di semplice coerenza, mi farei scomunicare; d’altro canto mi pare di cattivo gusto riuscire in questo intento gridando in piazza San Pietro una sequela di bestemmie all’indirizzo della balconata papalina.
Sono un laico non credente e vista la mia posizione e il buon gusto di non urlare improperii a mò di serenade, pretendo che nessun prete represso, nessun vescovo bifolco, nessun arcivescovo bigotto, nessun cardinale colluso con il potere, nessun Papa simbolo, anche solo provi ad avere una qualsivoglia ingerenza nei miei affari privati, salvo che questi non riguardino fisicamente anche loro. Quindi apprezzerei chi dicesse “sono contro l’interruzione volontaria di una vita umana, ma per quel che riguarda questo caso ognuno sia libero di fare come il proprio senno ed il proprio animo gli suggerisce”, e non provate a stracciarmi le palle mettendo fuori dalle chiese “una bottiglia piena d’acqua per la vita di Andrea”. Massa di poveri stronzi, inviatele in Africa quelle bottiglie d’acqua, puritani scialacquatori, ottusi ed ipocriti.
Perdonatemi l’impasse, ma la comunicazione mi insegna che bisogna essere chiari soprattutto con le cose più importanti, e trovo che l’immediatezza espressa dal modo di dire “massa di poveri stronzi” sia concettualmente e sostanzialmente assoluta.
Detto questo, terminiamo.
Temo che nei prossimi giorni, questo penoso stato italiano in cui vivo, scriverà una delle sue pietose pagine affermando che non siamo più nemmeno liberi di morire, né di scegliere la morte piuttosto che una vita amorfa; tuttavia dovesse poter servire a qualcosa lascio a voi la possibilità di farla.
Questa breve missiva andrà letta a qualunque pubblico si riservi il diritto di sindacare su di me e sul valore che io do alla vita di un infermo totale, quale sarebbe una persona costretta da un male a non poter sentire nemmeno la differenza, tra una parola d’amore ed un saluto, quale sarebbe una creatura ridotta ad uno stato dormiente in un letto, quale sarei io, in uno dei contesti sopraelencati o in una qualsiasi altra, paragonabile, situazione.
Queste parole devono essere lette, qualora io non fossi nelle possibilità di premere interruttori o di leggere o di parlare.
Ad una vita passata su un letto in stato vegetativo o in coma, preferisco e trovo più responsabile, coraggioso e rispettoso verso tutti coloro che mi stanno intorno (questa volta si, solo i miei più intimi affetti) scegliere la morte, foss’anche attraverso una puntura di cianuro.
Spegnete le luci, amici miei, amiche mie, miei cari, io, forse, non me ne accorgerò neppure, ma il mio involucro di carne sorriderà lo stesso.
Vi auguro che la fiamma di cui siamo portatori, bruci forte come le nostre vite.
Vi voglio bene.
A presto…
Andrea Broggi, se non si fosse capito, sano di mente e di corpo.

mercoledì 23 settembre 2009

Philip Kindred Dick - Confessioni di un artista di merda

Titolo originale: Confessions of a crap artist
Autore: Philip Kindred Dick
Anno 1976
Edizione: Fanucci editore (cartonato)
Pagine: 256

"...Posso vedere tutti i Charley Hume del mondo, con le loro radioline sintonizzate sulle partite dei Giants, un grosso sigaro che gli esce dalla bocca e quell'espressione vacua sui loro volti grassi e paonazzi... e sono proprio delle mezze calzette come queste, che tengono le redini di questo paese e le sue più importanti attività economiche e l'Esercito e la Marina, in pratica tutto... ...Un uomo come quello, in una posizione dalla quale può soffiarsi il naso su tutti noi, su chiunque abbia sensibilità e talento...".


Comincio citando una delle parti più travolgenti del romanzo, quella in cui con pochissime battute il protagonista, Jack Isidore (l'artista di merda, per intenderci) fotografa i suoi deliziosi anni della seconda metà del XX secolo (che in verità non avrebbero bisogno alcuno di datazione di sorta, tanta è la loro attualità), annientando il sogno romantico e progressista dell'American Way life. L'obiettivo è quello di prepararvi ad affrontare un Dick, che senza ricorrere alla fantascienza, delinea una realtà pulsante e vivida, che appare, soprattutto per la natura indolente del protagonista, come la tela di un ragno, affascinante e mortale.


La grandezza di Dick, a mio parere, è che in questo romanzo, a metà tra una sorta di biografia e la cronaca di uno spaccato quotidiano, grazie alla sua accurata visione, riesce non solo a definire le relazioni tra i tre personaggi principali (Jack, sua sorella Fay e suo marito Charles Hume), ma soprattutto quelle tra questi e tutto il mondo che li circonda; fino a realizzare il click dello scatto fotografico, necessario a mostrare l'ampiezza dell'intero paesaggio. Una visione nichilista, quella di questo Dick, che non nasconde, come nella maggior parte dei suoi scritti, la sua visione misogina, e che insieme tratteggiano una realtà troppo reale da lasciare indifferenti.


Buona lettura.

Koushun Takami - Battle Royale

Titolo originale: Battle Royale
Autore: Koushun Takami
Anno 1999
Edizione: Piccola biblioteca Oscar Mondadori
Pagine: 663

Per scrivere una recensione su questo romanzo devo porre particolare attenzione a non mescolare quel che i ricordi dell’omonimo manga e dell’omonimo film mi hanno vivamente lasciato. L’attenzione, tra l’altro, è doppia, perché i romanzi cui Battle Royal fa’ direttamente riferimento, traendoli a immediati modelli sono: “Il signore delle mosche” di W. Golding e “1984” di G. Orwell.
Ora, ritengo che sia importante precisare quanto, pur ammettendo tutto l’impegno del caso e persino la piena creatività della rivisitazione dal sapore vagamente ucronico, sia da tener presente che il tenore è tutt’altro che paragonabile e questo non gioca certo a favore di Takami.


Il risultato finale del mio giudizio, infatti, non è particolarmente positivo e questo va’ ben al di là della scrittura che anzi pur nella (mia) fobia iniziale delle seicento pagine, scivola con un certo tenore, riuscendo abbastanza nell’intento di trasportare il lettore, in questa scia di violenza sempre più incalzante (pensandoci, espressa con abbastanza enfasi dalla scelta della copertina dell’edizione Mondadori), fino alla fine. Anche il concept dell’intero romanzo, in cui esiste questa grande repubblica dell’est asiatico governata da una militocrazia, dove viene pescata ogni anno la classe di un liceo per sottoporla al Program, una prova all’ultimo uomo in cui gli studenti sono costretti a uccidersi tra di loro con qualunque mezzo a disposizione, è organizzato con coerenza narrativa e una vivace struttura.
Ciononostante, forse anche a causa (per aver letto il fumetto e visto il film, prima di leggere il libro) della perdita dell’elemento chiave di un libro, il fattore sorpresa, non sono rimasto favorevolmente colpito, come in passato invece era riuscito a fare il manga. La prima motivazione è la natura non sempre matura della sceneggiatura; quindi c’è il fatto di non tener conto (elemento davvero totalmente assente) della giovanissima età, compresa tra quindici e diciassette anni, dei personaggi del libro, i quali anzi si comportano, pensano e articolano conversazioni come fossero molto più che semplici adolescenti (tra l’altro nemmeno nel pieno della maturazione adolescenziale).


Vorrei concludere in gloria, invece resto perplesso, perché in effetti la bestializzazione incontrata in queste pagine coinvolge e sconvolge, ma, proprio per le lacune cui facevo riferimento, finisce per non convincere, lasciando solo un senso di mancanza di qualcosa, senza saper bene, di preciso, cosa.


Buona lettura.

Aforisma del giorno

"Immerso in una notte, il sole è altrove"
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