Forse non essenzialmente io, ma io

La mia foto
Bologna (itinerante), Bo, Italy
Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter

mercoledì 23 novembre 2011

Selacapo.net - Quando la musica è giovane. Ovvero BBUZZBBUZZBBUZZBBUZZ


Non ho un’esatta idea con cui qualificare questo articolo, credo in effetti che possa essere più vicino alla pagina di un blog che non a quella di un laboratorio giornalistico partecipativo, ma adesso sono più di quattro ore (e adesso è da sei minuti passata l’una di notte) che sento questo vomito di suoni eruttare da non ben precisate casse del secondo piano, e ho bisogno della liturgia della scrittura per riuscire a superare il momento o commetterò un pluriomicidio, e poi dovrò convincere gli inquirenti che me lo hanno suggerito le divinità o finirò pure per dover leggere sui quotidiani: “Per una semplice lite domestica uomo del sud Italia disperde una festa a colpi di coltello”.
Partiamo da un principio accettabile ...

...continua qui.
Buona lettura!

sabato 19 novembre 2011

Incontro con l'autore - Matteo Nucci (17 novembre 2011)

"La corrida è basata sul fatto che è il primo incontro
tra l'animale allo stato selvaggio e l'uomo a piedi. 
Questa è la premessa fondamentale della corrida moderna;
che il toro non sia mai stato prima nell'arena"
Ernest Hemingway

Per l'ultimo incontro di questa terza settimana novembrina non mi son ritrovato, come già in altre occasioni a sparare nel mucchio (leggasi 'ndo cojo cojo), ma spinto anche dal mio totemico animale astrologico guida richiamato nel titolo del libro, ho delibaratamente scelto di potermi immergere nell'ambiente accogliente dell'equosolidale Cafè de la paix, davanti al quale ero pure spesso passato nel mio girovagare per Bologna, senza tuttavia fermarmi mai. Qui veniva a prepararsi l'incontro con Matteo Nucci. Il già presente alla cinquina finalista del premio Strega 2010 con il libro Son comuni le cose degli amici, ripropone la sua prosa gagliarda con un libro (edito anche questo dalla Ponte alle grazie) che, parole testuali del suo introduttore Gianluca Morozzi (non ci si vedeva da un po' e quindi mi faceva piacere andarlo a trovare a una delle sue presentazioni), "farà come minimo discutere". A moderare, il morbidissimo e piacevolissimo preserata, anche uno tra i più eminenti blogger italiani dell'argomento corrida (se non il più eminente), Luigi Ronda. Ecco, diciamo che con quest'ultima battuta mi son bruciato l'effetto sorpresa, ma, via, tanto prima o poi avrei dovuto farlo comunque. Sì, il libro racconta il mondo della corrida visto con gli occhi di un turista italiano in viaggio per la Spagna, o per lo meno questa è una delle letture proposte. 


Il toro non sbaglia mai, è un titolo che riflette già alcuni dei molteplici contenuti scelti da Nucci per forgiare l'armonia del suo libro e crea quindi da subito un filo diretto con i legami filosofici così ben permeati nella struttura del romanzo; ad esempio, il concetto di crisis greca, come momento di catarsi e cambiamento offerto dalla scelta, che nel caso della corrida si sviluppa secondo la formula che è solo l'uomo a poter sbagliare la sua strategia, il toro invece proteggendo solo il territorio che considera suo, fa sempre quel che è chiamato a fare dalla sua natura. E quindi per conseguenza diretta non può sbagliare.


Come ricordo di aver letto già in merito al suo primo libro, anche questa prova, maturata nella sua gestazione nel corso degli anni, ha tre strati di lettura, naturalmente ben intrecciati tra loro: il primo coincide con lo sviluppo stesso della trama, dove un italiano "approda" in Spagna, si avvicina al mondo della Corrida e seguendo le orme e gli insegnamenti di un ex-torero fallito, scopre che dietro una semplicistica visione che la vuole barbarica espressione dei discutibili gusti umani, si cela l'arte di una vera e propria liturgia atta a celebrare la morte; il secondo strato è perfettamente incentrato sulla tauromachia, ed è permeato dal concetto filosofico antico di ingannare con verità (l'inganno nella Corrida è la prima delle due cappe usate dal toreador n.d.r.) e da quello di combattere il proprio toro interiore; quindi l'ultimo strato, in cui il mondo dei filosofi pre-socratici si unisce alla voce appassionata e artistica della Corrida, ricevendone in questa catarsi il suo prodigioso eco.

Son tante le cose che non si conoscono e di cui si parla a sproposito, ricordo in tal senso che quando ero a Siena sentivo molto spesso dire che solo i senesi potevano capire il Palio. Ecco, forse solo per gli spagnoli è davvero possibile arrivare alla verità insita in questa celebrazione della morte così lontana dal modo di vedere occidentale, agli esterni non rimane altro che provare, ed il libro di Nucci è egregio in questo tentativo, un avvicinamento, anche emotivo, verso una forma d'arte che non ha niente a che vedere con la frase fatta "o la si ama o la si odia", ma che è tutta contenuta in questo pensiero: "ognuno è il suo toro" e bisogna stare attenti e comprenderlo, perché il Toro non sbaglia mai.
A presto e buona lettura!

Ps. Curiosità frivola perché l'essere bislacco della vita a volte supera davvero lo scibile umano. Luigi Ronda, per la serie "Nomi parlanti", condivide già nel nome un qualche legame con la Corrida; difatti la festa spagnola per eccellenza, come noi la conosciamo oggi, nasce nella cittadina andalusa di Ronda.
Pps. Quest'ultimo incontro nelle sue dinamiche così conviviali e discorsive è stato il perfetto completamento di una settimana di presentazioni e se vogliamo assecondare la superstizione, questo è un altro punto a favore del titolo!

Incontro con l'autore - Lorenzo Arabia (16 novembre 2011)

Ivan Graziani. Viaggi e intemperie, edito dalla Minerva edizioni. E perdonatemi se comincio così "alla crudele", come si direbbe a casa mia, ma voglio essere certo che vi resti in mente il titolo di un libro che, nel suo formato da disco a 45 giri, è il risultato di un'infinita passione, e con il suo naturale tributo a uno dei più grandi rocker italiani di sempre, va a colmare un inaccettabile vuoto editoriale. 

Feltrinelli ore 18, come già mi accadde all'incontro con Vitali, tutto è organizzato all'addiaccio della galleria, di cui nonostante la sua importanza continuo a non avere idea di quale sia il nome, del resto se si montano le casse e il mixer la Feltrinelli di Piazza Ravegnana va in outdoor, ormai si sa. 
foto di Roberto Della Vite
Ad attendere l'inizio della presentazione, molto più vicina a un vero e proprio evento, visto l'allestimento compreso anche di strumenti musicali (basso, batteria e una chitarra leggendaria come una spada di Musashi) e alla presenza dell'autore Lorenzo Arabia, dello scrittore Gianluca Morozzi e della famiglia Graziani (moglie Anna e i figli Tommaso e Filippo), non meno di sessanta persone, sorridenti già dall'inizio, come se si aspettassero prima ancora di vederlo inscenato, un incontro spettacolare.
E come si sperava che fosse, è stato. 
foto di Roberto Della Vite
Sin dalla precisa introduzione e successiva intervista ai presenti di Morozzi: durante la quale si è scoperto che la biografia, introdotta da una prefazione di Lilly Greco (produttore artistico e fonico italiano) e Renato Zero, fa uso nella sua stesura di un'impostazione canonica, si arricchisce di un apparato fotografico (curato dal fotografo Roberto Della Vite) composto da interi album di ricordi e si addiziona via via di contributi collettivi (anche di moltissimi musicisti e cantautori italiani), di aneddoti, di spaccati di vita umana e musicale di Graziani artista, di voci di fan e di un dvd contenente una selezione dei live di tutti suoi tour fatti nel corso degli anni; alla quale chiacchierata si è intrecciato poi il racconto corale degli ospiti presenti, sulla genesi di un libro che unisce la passione dell'autore alla riconoscente benevolenza dei familiari.
foto di Roberto Della Vite
Una presentazione/viaggio che nel suo intermezzo e finale musicali ha portato in scena Arabia e i due figli di Graziani a suonare egregiamente (sono decisamente rimasto stupefatto delle doti canore di Filippo, eccezionalmente simili a quelle del padre) pezzi famosissimi del cantante teramano (prima parte Lugano addio, Monnalisa e Pigro; seconda parte Firenze e Dada).

Da mercoledì ascolto continuamente la voce e la musica di questo cantante incredibile e fa strano che se ne senta parlare così poco rispetto all'importanza da lui occupata all'interno della nostra storia musicale. Resta tuttavia la speranza consolativa (in questo caso nient'affatto magra) che con questo libro, quel vuoto lasciato troppo presto e così tanto a lungo nella memoria collettiva sia un po' meno vuoto.
A presto e buona lettura!

Ps. Quali parole posson bastare per ringraziare la gentilezza, quando si manifesta in tutta la sua spontanea eleganza? Grazie Roberto per le foto. Davvero.
Pps. Viaggi e intemperie è anche (o forse bisognerebbe dire innanzi tutto) il titolo dell'album uscito per l'etichetta indipendente Numero Uno nel 1980 e il nome del Tour musicale con cui Tommaso e Filippo rendono attualmente omaggio a Ivan.

venerdì 18 novembre 2011

Incontro con l'autore - Ildefonso Falcones (14 novembre 2011)

Non mi accade molto spesso di visitare la Biblioteca dell'Archiginnasio, l'ultima volta mi capitò di passarci durante la stesura del racconto "Le coincidenze di un Agosto", ma tutte le volte che ci vado trovo sempre qualcosa di mirabile, qualcosa che riesce a stupirmi e a farmi essere grato della visita. Il gancio in questa occasione mi è stato offerto dalla presenza nella straordinaria sala "Stabat mater" dello scrittore spagnolo Ildefonso Falcones, avvocato e autore del bestseller La cattedrale del mare e, di ultima uscita, de La Mano di Fatima, entrambi pubblicati in Italia da Longanesi.

Appensantita anche dal contesto del luogo, l'iniziale aria formale dell'incontro, introdotto e moderato dalla lucidità critica dello scrittore Bruno Arpaia (e accompagnato da un'eccezionale interprete di cui purtroppo non so il nome), è stata letteralmente spazzata via in meno di dieci minuti, dalla spontaneità dell'ospite catalano e dai racconti sempre più personali del suo vissuto intrecciati alle passeggiate fatte nei meandri delle sue due opere, con particolare luce sull'ultima nata.

Questo secondo romanzo, che essendo anch'esso un romanzo storico ricalca almeno in tal senso il primo lavoro di Falcones, risulta poi essere abbastanza differente soprattutto nella genesi e realizzazione dei personaggi intorno ai quali per diretta conseguenza si innescano vicende, che assecondando la loro stessa inclinazione creano situazioni di tutt'altra natura. Ad esempio i due protagonisti Arnau ed Hernando, rispettivamente del primo e del secondo libro, divergono grandemente l'uno dall'altro e se la risposta di Arnau alle sollecitazioni esterne è concretizzata nel suo subire le pressioni, in uno stato di semi-passività, quella di Hernando è di buttarsi a capofitto incarnando un idealismo quasi estremo nel suo essere tanto attivo. Va da sé che non mutano lo spessore degli intrecci, che anzi ne La mano di Fatima sono contrassegnati dai bianchi e neri dei contrari costantemente contrapposti.
Lo stesso Hernando si porta addosso, in quanto figlio di una morisca (cioè di una donna musulmana iberica convertita a forza al Cristianesimo) e di un prete cattolico, il contrasto evidente che spinge l'intreccio delle relazioni del libro.
L'ambientazione si svolge nell'intricato periodo di lotte civili e religiose che sconvolsero la Spagna del Siglo de Oror, per intenderci, quello durante il quale i moriscos, si ribellarono alle autorità cattoliche cercando aiuto anche presso gli altri territori di lingua musulmana e, in questo ritratto, lo spaccato storico risulta verosimile, appagante e sempre funzionale alla vicenda, come del resto tende a precisare lo stesso autore quando afferma che lui non si ritiene esattamente un romanziere storico, visto il suo ricercare nella storia solo "brevi" parentesi per lui piacevoli, all'interno delle quali muovere poi i fili dei suoi libri.

La ricchezza insita nel contrasto è quindi il risultato finale dell'incontro con Falcones, del resto come dimostra la natura della sessualità del passato, tanto libertina nei costumi del mondo arabo quanto chiusa in quelli del mondo cattolico e ben proposta dalle due spose del protagonista all'interno del libro, quando due realtà si parlano, i ruoli di allievo e di maestro finiscono per non essere mai chiari e forse il delinearne i confini risulta essere un esercizio superfluo.
A presto e buona lettura.

giovedì 17 novembre 2011

Soundmagazine.it - Musica da cucina

Giacomo Spazio e Valeria Maggiani, su disegni di Elvira Giorgetta
Dopo il clamoroso disco d'esordio del 2007, il progetto Musica da cucina dal 15 novembre per l'etichetta Long song records ritorna con una seconda opera, carica di suggestioni e linee che coerentemente fanno da eco diretto a quanto già proposto. 
Per poter recensire questo disco va necessariamente fatta una precisazione. L'intento del disco è quello di suggestionare con suoni, incanti, rumori e miscelazioni musicali e soavemente canore, la magia di una tavola imbandita, della preparazione di un manicaretto, di quanto di più vicino ci possa essere alla vivacità di un convivio, risultando essere una miscela piacevole; questo è infatti anche il messaggio su cui il comunicato punta per arrivare alla sostanza e del progetto musicale in termini e del disco.

Quel che posso aggiungere cercando di muovermi delicatamente, ché non vorrei ritrovarmi a bocciare un'idea tanto garbata, graziosa e tutto sommato ben realizzata, è che questo tipo di avvicinamento e di realizzazione si esprime al meglio solo leggendo le parole del comunicato o entrando poeticamente in simbiosi con le radici del progetto, cosa che però distanzierebbe e molto dal parlare dei contenuti.
Giacomo Spazio e Valeria Maggiani, su disegni di Elvira Giorgetta
Quel che sto cercando di dire è che qui non discuto la bravura dei musicisti, né affosso la qualità del disco, bensì che l'intensità intimistica suggerita, non arriva come forse dovrebbe, o per lo meno non mi è arrivata come invece avrei sperato. Probabilmente il poterne osservare live le qualità acustiche avrebbe cambiato il mio parere o sicuramente reso più disciplinati i miei apprezzamenti, ma è del disco che mi trovo a parlare e io non vi ho trovato quei dettagli che parlano "di mare, di montagna e di terra, di madri e di figlie, di morte e di vita".
Buon ascolto.

Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine per l'opportunità. 

martedì 15 novembre 2011

Non-Incontro con l'autore - Marco Buticchi & Donato Carrisi (13 novembre 2011)

Rarissimamente mi è capitato di partecipare a "incontri" che non hanno soddisfatto per nulla né il mio interesse né la mia curiosità. Diciamo che ho fiuto, come nella scelta dei libri, quindi vado a colpo sicuro. Ma, com'è naturale, rarissimamente non è sempre, e questo è stato uno di quei casi. 
Devo ammettere che già la partenza non era stata particolarmente avvincente, visto che mi aspettavo la presentazione di un libro di Buticchi, del quale avendo letto brevi antologie dei suoi romanzi, volevo fare la conoscenza, ma fosse stato solo per questa mia personale incomprensione dei programmi dell'Ambasciatori, locale anfitrione dell'incontro di domenica, sarebbe stato relativo il mio scontento. Autori a confronto possono creare miscele ganzissime.

E allora cosa non mi è piaciuto? 
Non mi è piaciuto il clima che vi ho respirato. Non mi è piaciuta l'impostazione della serata. Non mi è piaciuta affatto la sensazione di essere di troppo in mezzo a una platea che invece sembrava gradire l'essere di fronte al gioco del chi c'è l'ha più lungo" (leggasi Cazzòmetro). Non ho, infatti, assistito a un incontro simile a qualunque altro tra quelli già presentati ampiamente su questo quaderno virtuale d'appunti, ma si è trattato, o per lo meno mi è sembrato che si sia trattato, più di un sipario con due showmen che sponsorizzavano se stessi, cosa molto vicina al pontificare la propria larga esperienza di vita ed editoriale, ovvero tipo: "Ma sentite questa cosa quant'è interessante. Eh beh lo so, ho una vita avventurosa, sono uno scrittore io" o peggio, "Caro Marco, ma ti ho raccontato di quella volta che ... blablabla ... son forte, eh?" "Ehhhh, Donato, ma tu questa cosa ...blablabla... l'hai mai fatta?".

Ecco, l'ho fatto. Non lo volevo fare questo articolo, ma è stato più forte di me. Ho assistito a una non-presentazione dei propri libri e a una citazione continua delle proprie realizzazioni, come se entrambi portassero alla luce la loro opera omnia per dispensare luce sugli astanti, come se i due autori giocassero di ruolo dal vivo, interpretando due piazzisti di se stessi rispettivamente. Tutto questo senza che ci fosse un terzo moderatore, che credo sia il motivo principale per cui mi son trovato di fronte al corrispettivo editoriale di una serata in compagnia di MondialCasa.
La smetto. 
Poi domani (leggasi al più presto) vi faccio conoscere Ildefonso Falcones e la sua ultima uscita.
Non me ne voglia nessuno, non credo che i due autori siano dei montati, ma ciò che ho visto non è altro che questo, una reale sboronata in cui solo una cosa ha fatto da assoluta e indiscutibile padrona, l'autoreferenzialità.
A presto e buona lettura.

Frivolezza del giorno

"Ho letto che l'Eichornia crassipes, una pianta, è stata inserita nell'Elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo.
Ne conosco almeno un'altra e non è una pianta, la femmina del sorcio
"

venerdì 11 novembre 2011

Poul Anderson - Quoziente mille

Titolo originale: Brain wawe
Autore:Poul William Anderson
Anno 1953
Edizione: Oscar Mondadori -Urania-
Pagine: 165

"... il novantanove per cento della razza umana farà sempre cose convenienti piuttosto che cose intelligenti, a prescindere dalla sua intelligenza, illudendosi di poter sfuggire alle conseguenze ..."

Quando per la prima volta mi capitò di leggere, ormai parlo di un decennio fa, Anderson, il libro in cui incocciai s'intitolava la "Saga di Hrolf Kraki", una saga fantasy molto simile a quelle tipiche della mitologia nordica, e già allora, pur apprezzando l'idea della sceneggiatura, mal sopportai i contenuti e soprattutto la prosa scelta dall'autore. 
A dieci anni di distanza, ho pensato di riprovarci questa volta con un libro di fantascienza e così, quando ho trovato in una di quelle tipiche bancarelle del libro questo titolo, non ho perso tempo. E tutto sommato nemmeno il libro lo ha perso, facendomi capire sin da subito che sarebbe stato un revival.

L'idea è galattica. 
Immaginate che il Quoziente Intellettivo degli uomini sia strettamente correlato a un gas presente sulla Terra e che i valori di questa sostanza si alterassero a un certo punto mettendo in discussione le, fino ad allora considerate tali, medie intellettive, aumentandole vertiginosamente, e non solo quelle umane, ma anche animali. Ecco, adesso fantasticateci su, come ha fatto l'autore. Il tono cupo, sempre più claustrofobico e catastrofista, senza dubbio ben interpretato da Anderson, cede il passo a un paio di cadute di stile e, se risulta piacevole il seguire la vicenda attraverso i vari personaggi, che ognuno a modo proprio si approcciano a questo nuovo stato di cose, ad esempio la parte psicotica di Sheila è geniale, d'altro canto viene facilmente risolto (forse per evitare di perdersi in troppo complesse dinamiche) il filone socio-politico e anche poco (davvero troppo poco) osservato l'atteggiamento animale nei confronti dell'uomo dopo l'azzeramento delle distanze intellettive. Aggiungendosi a questo una non troppa attenzione alla metrica narrativa, il risultato è un libro anche godibile per certi versi, ma non soddisfacente. Non almeno rispetto alle premesse promesse dal titolo.
Poi, via, da qui a giudicarla una cattiva lettura ce ne passa.
Buona lettura.

mercoledì 9 novembre 2011

Soundmagazine.it - Laser Geyser - Innerself surgery


“Bite me as hard as you can.
Take my legs off now”
Laser Geyser - Charcharodan Charcharias

Mettiamo che vi piacciano un po’ le policromie, anzi no, mettiamo che siate affetti dalla Sindrome di Stendhal in presenza delle policromie, l’album attirerà la vostra attenzione già solo con la copertina, una tavolozza con i sette dell’arcobaleno rovesciati a casaccio, che io ci vedo un cosmo, ma credo che sia una mia impressione personale. Tuttavia qualora non foste così facilmente perturbabili, lasciate che vi dia una mano e che vi presenti questo duo bolognese: i Laser Geyser, dietro al cui alias si nascondono JJ e Cangio, componenti degli ex-Laida Bologna Crew, che il 22 novembre, pubblicati dall'etichetta Tannen records, escono con il 7'' Innerself surgery. 
Un singolo, questo, che nelle sonorità è un brindisi al proto-punk e nei testi delle due tracce (Innerself surgery e Silver strawberry for a bullet) una sorta di spaccato nichilista; soprattutto la seconda delle due, quella che non porta il fardello del titolo dell’album e che tratteggia la dedica a Jan Potocki, lo scrittore polacco che limò pazientemente una fragola d’argento con l’obiettivo, raggiunto, di farla diventare un proiettile con cui suicidarsi.

Ma Innerself surgery è solo l’ultima delle fatiche di un progetto musicale che pur razionando moltissimo i dischi e le uscite, suona dal 2005 e ha all’attivo un EP, Ode to primary numbers, un singolo ed uno split-single, tutti dalle qualità eccezionali, seppur appena diversi tra loro nei soggetti dei testi, e che è un peccato non poter trovare anche attraverso canali come Youtube o Vimeo, se non apprezzando le poche versioni presenti dei live e, ma solo in parte, quelle che troverete a disposizione sul loro Myspace.
Una chitarra, una batteria e due voci che attraverso un’energia musicale travolgente e testi surreali e futuristici (quasi da fantascienza uraniana), vi incolleranno alle casse, in un loop che nel mio caso dura da tre settimane, cioè da quando li ho scoperti.
Purtroppo non ho trovato Charcharodan Charcharias (ma lo squalo bianco non era charcharodon?) che secondo me è il loro pezzo più bello, per intenderci quello con i quali due versi ho aperto, ma Throat miners e Innerself surgery son due eccellenti consolazioni!
Occhio al 22 novembre e buon ascolto!

Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine, per l'opportunità!

lunedì 7 novembre 2011

Frivolezza del giorno - Fanfullata di Costantino


"E' una gran bella invenzione il trash, perché è sempre lì in agguato e viene fuori quando meno te l'aspetti, come la sciolta"
Alvaro Vitali - attore e doppiatore

venerdì 4 novembre 2011

Francisco Ruizgè & Valerie Mangin - Luxley vol. 1 e 2

Titolo originale: Luxley
Autore: Valerie Mangin - soggetto Francisco Ruizgè - disegno Jean-Jacques Chagnaud
Anno 2011
Edizione: 001 edizioni
Pagine:144 + 96 


"Anno 1191 Accade l'inimmaginabile. Approfittando della partenza dei Re cristiani per la Terza Crociata, una grande armata di Maya, Aztechi e altri guerrieri venuti d'oltremare invade la Cristianità inerme. 300 anni prima di Cristoforo Colombo il Nuovo Mondo ha osato invadere il Vecchio ..." 

Bellissimo, fresco, pulito e godibile, dall'inizio alla fine.
Siamo nell'ucronia storica: "... e se non gli occidentali con la loro tecnologia matallurgica anni luce avanti e le loro malattie fossero, come sono, approdati nel Nuovo Mondo, ma invece gli americani nativi (del nord, ma soprattutto del sud) grazie alla sapienza dei loro stregoni avessero previsto l'arrivo degli occidentali e per impedire la distruzione del loro mondo fossero arrivati in Europa, cosa sarebbe accaduto?" Ma certo, se la sarebbero vista con Robin "Hood" of Locksley! (Luxley è alla francese).

Il beniamino della definizione ruolistica di chaotic good (cioè che contravviene alle leggi e agli ordini per il bene comune) l'abbiamo visto in molte salse, qui per la prima volta diventa un un po' leader, un po' gaglioffo e un po' sciamano e questa sua nuova incarnazione è perfetta.
Il what if diventa quindi l'inizio di una storia fantastica (intesa proprio come fantasy) eccezionale, che partendo dalle avventure degli Allegri Compari giunge in Francia, in Medioriente fino a travalicare l'oceano e aprire il mondo ancora inesplorato del Sud America.

La narrazione, tra storia, misticismo, magia e intreccio politico, risulta costruita fin nei minimi dettagli, e confonde talmente tanto da sovrapporre costantemente i buoni ai cattivi, superando anche lo stesso significato della dicotomia e mescolandoli, rendendoli irriconoscibili come natura delle cose vuole che sia e creando dei personaggi verosimili che ben si avvicinano a quanto già si può sapere sul loro conto (intendo dalle fonti della nostra storia/letteratura). I disegni sono densi sia nei tratti sia nel colore, e continuamente non fanno altro che accentuare la bellezza dei dialoghi, fittissimi.


Insomma, Luxley è una graphic novel in due volumi (raccolta italiana dei cinque volumetti francesi), assolutamente riuscita, che senza indugio vi consiglio di comprare e lo suggerisco in modo così diretto perché merita davvero troppo per lasciarvelo solo intendere dalle mie considerazioni.
Buona lettura!

mercoledì 2 novembre 2011

Aforisma del giorno

"Le relazioni dipendono soprattutto da quanto riescono a superare tutti i quotidiani "mi dispiace" non detti"

lunedì 31 ottobre 2011

Soundmagazine.it - unòrsominòre. - La vita agra


Partiamo dal titolo, che è tratto da un romanzo di Luciano Bianciardi nel quale si racconta la lenta e inesorabile omologazione di un potenziale rivoluzionario piccolo-borghese. Qui viene a demolirsi il mito del boom economico, riportandolo a un significato più maturo che lo vede come il principio del degrado culturale in cui quotidianamente viviamo.
La Vita Agra, ultima fatica musicale di unòrsominore. (accenti attaccamento e punto inclusi nel nome) pubblicata da Lavorare Stanca, si presenta come una riflessione non disimpegnata, né approssimativa, di questi tempi così montati, altisonanti e falsi.

Questo lavoro richiede un’attenzione all’ascolto davvero capillare. La musicalità è spesso acustica, senza fronzoli, cantautorale alla vecchia maniera, quando bastava una chitarra e un testo che parlasse di vita per fare buona musica.
E lo apprezzerete anche quando il suono (come nei brani Testamento di Giovanni Passannante, Anarchico italiano e Perfetto così) diventa elettrico e quasi psichedelico nella distorsione, come quello che fu dei Lecrivisse, formazione da cui l’autore proviene.

Il tratto dell’album è severo, malinconico e velato da quella mancanza di speranza che fa di questa nostra generazione le vittime circostanziali, i vitelli grassi da sacrificare, dopo averli illusi e pompati.
Non è un disco in cui ricercare la spensieratezza del passatempo, per me ad esempio è stata come una chiacchierata con un amico disilluso appena conosciuto. Va quindi considerato a tutti gli effetti un mondo in avvicinamento, che potrebbe in qualche modo non darvi forse un punto di vista differente dal vostro, ma piuttosto le parole giuste con cui parlarne, un’osservazione in più per riflettere al buio immersi nel silenzio della propria coscienza, quando si percepisce davvero che “un apostrofo non è un accento mai”.


Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine per l'opportunità!

sabato 29 ottobre 2011

Selacapo.net - R.E.M. Platinum very gold frizzy immortal super ultra official collection

Il titolo di questo post è un piccolo tributo personale a Ratman, il cui papà, Ortolani, già che mi trovo vi spammo sul mio stesso articolo come se fossi un passante casuale, ha appena finito di scrivere un libro, ma adesso sciò e andate a giocare e cercare informazioni da un’altra parte che mo’ ve lo buco ‘sto pallone [cit.].


Ma torniamo seri.
Nemmeno cento giorni fa potevamo leggere dovunque: “I R.E.M. si sciolgono” “Ultimi giorni per salutare la band” "La fine dei R.E.M.” e bla bla bla… Oggi mi metto a passeggiare per la rete e TADAAANNNN che ti trovo? Eccola qua l’edizione definitiva di tutti i tempi, quella che farà cambiare i gusti musicali persino di zia Rosina ...
... continua qui 
Buona lettura!


giovedì 27 ottobre 2011

Incontro con l'autore - Leo Ortolani (25 ottobre 2011)


“… ma anche voi, ditelo alle persone normali
che il libro è anche per loro…”
Andrea Plazzi, chiacchiere prima della presentazione

La mia fortuna è che grazie a questo calendario posso tenermi informato settimanalmente di quello che accade a Bologna; ché mai e poi mai, altrimenti, avrei saputo di questo libro e della sua presentazione feltrinelliana (lo ammetto ormai RatMan lo rubo negli avidi attimi che mi concedo nei bagni degli amici, occhio che questa è un’alzata non da poco).

Due figlie e altri animali feroci. Diario di un’adozione internazionale, edito da Sperling & Kupfer è l’ultima fatica di Leo Ortolani papà, tra gli altri spassosi personaggi, dell’UomoRatto più odiato dall’Associazione Siamo Gatti. Ma questa volta, anche se condito da qualche vignetta, è di un libro scritto che stiamo parlando e anche se caratterizzato dalla solita efficace comicità presente nei fumetti, l’argomento risulta essere molto più delicato e profondo: il diventare padre, l’adozione a distanza, le situazioni offerte dall’incontro di due mondi in avvicinamento, in particolare quello di due genitori e quello delle loro due future bambine.
L’apertura, con la sua cordialità spiritosa composta dalle chiacchiere tra Andrea Plazzi (factotum ratmanense e non solo) e una platea di fumettari (ma temo che potrei ricorrere all’uso della parola nerd, senza essere obbligato a scusarmi con nessuno), è stata un'anteprima sia di quel che in questo fine settimana accadrà a Lucca e che io mi perderò (perdonatemi il forse molto personale accostamento), sia anche della storia a lieto fine delineata nel tardo pomeriggio bolognese. Leo Ortolani infatti, intervistato da Andrea Plazzi e Paolo Nori (probabilmente l’ultimo a mancare alla mia personalissima collezione grandi autori emiliani contemporanei… ah no, quasi dimenticavo Tassinari) ha tratteggiato la genesi di un libro estremamente personale, quello che racconta in 190 pagine il modo in cui lui e la moglie Caterina hanno deciso di adottare due bambine colombiane, LucyMarie e Johanna; la strada che hanno percorso per riuscire a raggiungere il tanto atteso finale superando tutte le insidie del caso, e il mese e mezzo che la neonata famiglia ha trascorso in Colombia nel 2010, descritto, quest’ultimo, attraverso le mail inviate ad amici e parenti nei brevi momenti di quiete notturni, vera e propria struttura narrativa di un romanzo che per scelta autoriale risulta leggero e piacevole.



Come lo stesso Nori, che riceveva in anteprima quelle mail essendo tra gli amici destinatari, ha voluto precisare: "... è difficile parlare di queste cose ad alta voce", e prima di far sbellicare la platea con la lettura di una delle parti del libro, ha aggiunto che Due figlie e altri animali feroci non è una parodia, né l’argomento viene messo grossolanamente in burla; è, invece, un diario realistico e veritiero di un papà che conosce le proprie figlie e sceglie, nel compiere il suo viaggio, di fare un investimento emotivo profondo e a tratti delicatamente commovente. 
L’ilarità con cui è profumato il libro, risulta quindi l’arricchimento di una serie di contenuti che hanno caratterizzato un’esperienza complessa e nondimeno bellissima, una piccola epopea che nella sua semplice quotidianità ha lasciato negli astanti feltrinelliani sorrisi distesi e osservando quella scelta, da cui il romanzo trae origine, si potrebbe dire che in fondo accade più spesso di quanto si pensi di flettere i muscoli ed essere nel vuoto, pur prendendola a ridere.
Buona lettura!

martedì 25 ottobre 2011

Frivolezza del giorno - Fanfullata di Costantino


"Davvero mi dispiace non so perché mi comporto così... Ma vi ho già raccontato di quella volta in cui gli ho fatto perdere il lavoro solo per divertimento, che ridere HAHAHAHA ..."

Sergio Marchionne - dirigente d'azienda durante una riunione dei vertici Fiat in presenza del sindacato

sabato 22 ottobre 2011

Elisabeth Cutler live (20 ottobre 2011)

Non ero partito con l'idea di recensire questa serata, e non perché fossi prevenuto, o per qualche motivo specifico, ma semplicemente perché l'avevo presa più tranquillamente, un'uscita senza velleità particolari, solo una passeggiata a bere una cosetta e ascoltare un po' di musica dal vivo, che non fa mai male. Così raccogliendo l'invito degli amici de La Fabbrica di andare vedere e sentire il live della cantante americana Elizabeth Cutler, accompagnata in questo suo tour dal batterista e percussionista Massimiliano di Loreto, son arrivato al Rifugio del Neurone e ho scoperto il suo magnifico ambientino "nascosto" al piano sotterraneo. 
Ecco, questo è stato il primo motivo che mi ha fatto venir voglia di scrivere. Quando poi di Loreto e la Cutler hanno iniziato la loro performance, è arrivato il fatidico colpo di grazia che ha messo in piazza le mie velleità. Niente più vacanza, scrivete schiave. Scusate, ho delle mani riottose e pigre. Ma torniamo a noi.

Bella e intima. Con queste due parole potrei riassumere l'intera situazione creatasi tra le quattro mura del localino di S.Isaia, che ospitava come sovrappiù anche la mostra fotografica Indieground (una passeggiata di quindici scatti nel mondo indipendente italiano) di Roberto Ricciuti. Ma poi non mi soffermerei a descrivere l'incantevole voce della Cutler, calda e leziosamente avvolgente, del resto non a caso visto che questo quinto disco, prodotto da Filippo De Laura, s'intitola Slow release e parla con una voce tutta femminile dell'amore e delle relazioni amorose. Né mi potrei soffermare, se scegliessi l'efficace brevità dei due aggettivi, sulla creatività ritmica del di Loreto, che con spazzole e bacchette, incanta, esalta e diverte, tanto che mentre lo vedo rimpiango di non aver mai imparato a suonare la batteria o almeno un bongo.
Che poi e apro una piccola parentesi, chi è dietro alle casse e ai piatti, è sempre un po' defilato rispetto agli altri musicisti e alla fine non essendo in prima linea sul palco è sempre difficile poter godere visivamente della sua abilità. In questo contesto invece l'essere solo in due, Cutler voce e chitarra (ora elettrica ora acustica) e di Loreto percussioni, ha creato una miscela decisamente piacevole per le orecchie e per gli occhi.

  
Dopo un'ora e mezza d'intensa immersione nel mondo musicale della Cutler, mi è sembrato di trovarmi nella colonna sonora di una puntata di Ally McBeal, pensiero improvviso quanto buffo, ma credo che il motivo sia legato da un lato al contesto offerto dal locale con quel suo tappeto centrale circondato da tutti quei pouffes (o puff), dall'altro all'alternarsi di una musicalità blues a quella di un folk appena più movimentato, che insieme han reso tutto soffice, piacevole, accogliente e malinconico come solo le relazioni amorose sanno essere.
Un serata live dai tratti sentimentali evidenti, che non ha mancato di abbracciare come avrebbe fatto un maglione di lana in inverno. 
Bella. Intima.
A presto e buon ascolto!

Ps. Ringrazio i ragazzi de La Fabbrica, che si son resi disponibili a farmi conoscere persino gli artisti con cui infine son riuscito a scambiare anche qualche chiacchiera.
Pps. Quindi un ringraziamento speciale a Nicoletta "Nika" Antonini per il contributo video e per quello fotografico (che potete continuare a guardare qui e qui), senza il quale non avrei posseduto alcuna istantanea di questa deliziosa serata!

giovedì 20 ottobre 2011

Frivolezza del giorno - Censimento... all'italiana

Lo so che tutti voi vi starete chiedendo, "mbè questo che c'entra co' Lettere e Giorni?"
E che c'entrerà secondo voi? Niente e non sono nemmeno io l'autore.
Però era davvero troppo esilarante e volevo lasciarne una traccia, soprattutto visto che questo Censimento è la cosa più odiata delle ultime settimane, dopo il temporale di oggi, credo.
Eccovi quindi il Modulo come lo avete sempre sognato!
Buona risata e buona lettura.
 

mercoledì 19 ottobre 2011

First stop Bulagna


Luca Salce - Bologna Cochran

"Vigna, nel mio cortil nereggia un fico
l'albero sarto del gran padre Adamo.
Io pranzo all'ombra de' suoi rami e dico:
- Vecchia Bologna, t'amo!"
Olindo Guerrini - Memorie bolognesi

L’altro giorno mentre rispondevo al commento su un post fattomi da Brina, un’amica ritrovata, mi è venuto in mente che non stavo quasi ricordandomi più quando fossi arrivato a Bologna, cioè da quanto tempo avessi aperto questa nuova parentesi.

In realtà per scoprirlo, avrei potuto usare un metodo infallibile, cioè spulciare Facebook, ma un po’ per amore della ricerca come unione di più dati e quindi del procedimento deduttivo, un po’ perché se mi fossi messo su Facebook a cercare avrei potuto impiegare più tempo di quanto mi ci vorrà per la pensione, ho chiamato in causa un paio di persone che avrebbero potuto essere davvero informate sui fatti, a cui ho poi aggiunto ogni possibile dato: mail, appunti, recensioni scritte.
Alla fine dell’intera quanto breve indagine son arrivato alla soluzione.
Oggi 19 ottobre, che l’anno scorso è caduto di martedì, ma poi si è pulito e disinfettato (non sto sentendo il tutumchà del tamburo, perché?), si chiude il primo anno che sono qui a Bologna, la Grassa, la Dotta, la Rossa.

Non ricordo se ho già scritto altrove questa cosa (ah sì, qui), però se dovessi dividere la mia vita, lo farei parlando delle case/camere in cui ho vissuto, un modo decisamente personale in cui suddividere il proprio senso della vita. Penso anche che questo post sarà funambolicamente a metà tra il sentimentale e l’ironico, quindi amatemi e poi odiatemi e poi amatemi e poi odiatemi e poi apprezzatemi [cit.].

Comunque Bologna è davvero una città perfetta per chi cerca una dimensione più artistica, anzi mi hanno detto che dieci anni fa era ancora meglio, c’era anche più droga.
Ma la cosa più bella è il modo creativo con cui ti costringe a ingegnarti. Ad esempio io sono talmente in merda che per onorare il motto: “la necessità aguzza l’ingegno”, ho escogitato un modo per poter campare in città senza dover spendere soldi per l’affitto, certo è un po’ scomodo e obbliga ad avere un bagaglio piuttosto drastico, ma risulta funzionale. Con il giusto numero di cartoni e coperte infatti si può dormire anche dignitosamente al freddo e al gelo e i portici riparano anche dalla pioggia; per l’igiene basta invece iscriversi in palestra, non solo aiuta nella costruzione di un corpo solido atto a proteggersi di notte dai malintenzionati, che mia nonna diceva sempre stai attento quando uno sconosciuto ti si avvicina e cambia strada, questo prima che il medico accertasse la sua gravissima forma di schizofrenia; dicevo, quindi oltre a guadagnarci in robustezza, può diventare anche un posto dove potersi lavare e toelettare per bene (doccia calda inclusa) per la modica cifra di 50 euri (ma se non posson trovare di più a buon mercato).
No dai, amenità a parte il luogo è ganzo e c’è sempre qualcosa da fare, tipo percorrere in bicicletta dieci km al giorno tra andare e tornare dal posto in cui lavori, ma ho visto di peggio, finora i 90 minuti di treno regionale della tratta Legnano-Milano, con la media di una persona ogni tre giorni che piombava a terra folgorata da un attacco epilettico, sono impareggiabili.
A parte il lato artistico un’altra cosa che mi piace di Bologna è la gente molto aperta. Ma anche in questo caso al cospetto dei milanesi anche gli erotomani eterosessuali dell’isola penitenziaria SenzaFica son più affabili.

Grazie per l’accoglienza Bologna, per le tue tre camere in un anno, per i tuoi compagni di casa, per i tuoi soldi (pochi), per le conoscenze (tante), per tutte quelle piccole cose vitali che anche mentre annaspo surfando a malapena sul Mar Marron, mi fanno dire “ma come è già passato un anno? Che vuoi farci, il tempo vola quando ci si diverte”.
Fine del primo anno.
Buona lettura.

Ps. Il disegno è di un illustratore che si chiama Luca Salce, qui potrete trovare i suoi lavori o una loro parte. Voglio specificare che sono arrivato al sito/blog attraverso la semplice ricerca googliana Disegni Bologna. Qualora dovesse non essere accolta benevolmente la mia ruberia accetterò mesto (più di Franco Mesto) la rimozione.
Pps. Si dà il caso, tra l’altro, che la vita sia particolarmente goliardica, per cui, Luca, sappi che se sarai nei giorni del 45 giri film festival al CostArena, visto che ho letto che sei tra i partecipanti al contest, lavorando io in quel circolo, potrai cercarmi per pestarmi all’americana. A presto!

lunedì 17 ottobre 2011

Aldous Huxley - Il tempo si deve fermare


Titolo originale: Time must have a stop
Autore: Aldous Leonard Huxley
Anno 1947
Edizione: Oscar Mondadori
Pagine: 300

"Ma il pensiero è lo schiavo della vita
e la vita è il buffone del tempo,
e il tempo, che abbraccia tutto il mondo,
si deve fermare "
William Shakespeare - Enrico IV
 
Aldous Huxley, oltre che essere ricordato per quel distopico libro intitolato Mondo nuovo, per essere stato uno degli insegnanti di Eric Arthur “George Orwell” Blair ed essere considerato dai più il padre spirituale del movimento hippie, fu un fortunoso e mirabile viaggiatore. E proprio questa sua passione lo portò tra il 1923 e il 1930 a fermarsi in Italia, paese che, le sue lettere lo lasciano intendere, amava molto.
Comunque a parte le restanti e numerose produzioni, quando scrisse Il Tempo si deve fermare sicuramente molto di quel viaggio in Italia doveva essergli rimasto. Questo almeno è quanto mi è apparso dalla lettura di questa breve, ma tutt’altro che facile opera dell’autore inglese.
 

Il libro ambienta l’intera vicenda, ad eccezione praticamente dell’epilogo, in Toscana durante il periodo fascista (del resto la Firenze di quegli anni fu una delle tappe del viaggio dell’autore), e attraverso la narrazione di quell'esperienza vissuta dal giovane e poeticamente dotato Sebastian, il protagonista, non solo restituisce i colori, le forme e le relazioni della città del Ponte vecchio, ma soprattutto il suo piglio artistico.
La scelta del come, è però ancora più singolare. 
Huxley più che calcare il peso della storia sulle descrizioni e sull'ambiente, è sui personaggi nelle loro introspezioni e nei loro intrecci relazionali, che ferma l’attenzione sua e del lettore. Sono infatti i dialoghi e le prospettive a diventare il vero nucleo del libro, e l’occhio del racconto, senza servirsi dell’escamotage dell’Io narrante, finisce per corrispondere anche all’occhio del personaggio, tanto che alcune parti vengono descritte cambiando il punto di vista durante la narrazione stessa, delineando così uno stesso attimo osservato da due personaggi distinti.

La percezione del reale, il misticismo filosofico, le arti umane e l’umanità, intesa quest’ultima come la somma degli scambi relazionali e le velleitarie digressioni delle proprie meschinità, sono un tutt’uno che, sapientemente miscelato da Huxley, si esprime spontaneamente per tutta la struttura. I personaggi sono tutto, e Sebastian è l’espressione per eccellenza di questa quadratura dell’intreccio.
Il Tempo si deve fermare è un libro degustativo, difficilissimo e niente affatto leggero. Piacerà anche a molti di voi, ma va da sé che non di modestia dovrete dotarvi per leggerlo.
Buona lettura.

domenica 16 ottobre 2011

venerdì 14 ottobre 2011

Incontro con l'autore - Massimo Vitali (13 Ottobre 2011)

Quando ho saputo della presentazione di Se son rose edito da Fernandel, ho pensato che davvero non potevo mancare, anche perché avrei potuto considerare l'incontro una scusa in più per evitare di dover pedalare senza poter godere di alcuna fermata per tutti e cinque i km che mi separano dal lavoro. E poi diciamocelo, dopo aver letto la quarta di copertina del libro, volevo conoscere Massimo Vitali, l'autore.

Quando poi mi sono accomodato nei posti a sedere della galleria adiacente alla Feltrinelli (che avrà sicuramente un nome, ma che io ignoro totalmente) ancora non potevo sapere che due parole mi avrebbero accompagnato per le restanti due ore pomeridiane: esilarante e surreale. E questo avrei dovuto capirlo già da subito, visto il sistemarsi accanto a me di un distinto signore con un visibile occhio nero, che parlando e ridendo da solo, tra le altre cose, mi additava come un Capitano Nemo redivivo (o per i più puntigliosi semplicemente vivo), procurandomi una paresi di ilarità facciale, che ancora adesso se ci penso si ripropone.

Raramente ho potuto ammirare così tanta gente alla presentazione di un libro, che nella fattispecie oltre all'autore vedeva partecipe la musicista Valeria Sturba, e il comico Paolo Maria Veronica, ma probabilmente la cosa più straordinaria è che il tardo pomeriggio dell'incontro, è stata la cornice più coerente per la surrealtà espressa da un libro in cui il protagonista dopo essere stato licenziato ed essere stato lasciato dalla moglie, fa i conti con se stesso e con il resto del mondo in un bagno delle donne di un cinema d'essai, il quale diventa per lui un nuovo posto cui dare il nome di casa. Tutto infatti ha navigato verso lidi umoristicamente esilaranti, i suoni eterei della Sturba (soprattutto quelli prodotti da un aggeggino modulato a mano che si chiama theremin, il quale avallando la mia cialtroneria scopro essere il più antico strumento musicale elettronico), gli scambi divertenti tra Veronica e Vitali, la genesi del libro, partorito in un'intimità aziendale e molto personale dell'autore, e gli stessi interventi del pubblico, sia quando spronati dal comico bolognese, sia quando assolutamente autonomi.
Le letture di alcuni capitoli di questo romanzo breve, che hanno fatto da vero e proprio intermezzo, ne hanno presentato un ritratto creativo fresco, mai volgare, anzi sempre alla ricerca di una risata argentina, burlesca. Il linguaggio, scorrevole (un assaggio potrete peraltro trovarlo qui), tipico dei maestri Achille Campanile e Gianni Rodari, citati dallo stesso autore come modelli da cui partire per ritrovare la piacevolezza della comicità
, è perfettamente bilanciato tra riflessioni esilaranti, dilettevoli descrizioni e dialoghi spassosi.

Se mi fossi perso questa presentazione me ne sarei pentito, ché se è vero che una una risata ci seppellirà, voglio morir ridendo. Nella speranza che siano rose davvero, che se son cachi... 
...va beh, ci siamo capiti.
Buona lettura!
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