Forse non essenzialmente io, ma io

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Bologna (itinerante), Bo, Italy
Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter

mercoledì 30 marzo 2011

Incontro con l'autore - Alessandro Berselli (29 marzo 2011)

                                                                  "Sono sempre stuzzicato dal lato oscuro dell'umanità. Io vedo le cose che vedo, poi ne scrivo elevandole all'ennesima potenza"
A. Berselli  
Uno dei locali più piacevoli di Bologna sia per qualità del bere sia per clima, che è a metà tra il ricercato e l'artisticamente espresso, è Camera a sud, tra via Zamboni e via Oberdan nel  pieno del ghetto ebraico; qui in questo pomeriggio appena trascorso è stato presentato il romanzo di Alessandro Berselli, "Non fare la cosa giusta" edito da Perdisa.

L'evento, intitolato "Fai la cosa giusta", ha visto un Berselli non solo impegnato a occupare il ruolo di autore, ma anche quello di commesso del libro; la finalità di questa scelta era infatti poter devolvere parte del ricavato delle vendite della serata, in favore della popolazione terremotata del Giappone (la scelta è "caduta" su Save the children). A presentare il tutto Cesare Cioni, occhio critico e assolutamente attento che ha permesso attraverso le sue numerose domande non solo la conoscenza dell'opera, ma anche della spinta che ha mosso l'autore nel crearla.

Protagonista di questo romanzo è Claudio Roveri, un quarantenne di successo appartenente alla ricca borghesia, un informatore medico scientifico all'apice della sua carriera. Ma è tutta un'apparenza. La sua vita non funziona, soprattutto la sua vita sessuale con la moglie, né funziona il rapporto che ha con sua figlia. E' circondato da persone che sopporta a stento e vive in un posto, Bologna, così trasfigurato dalla presenza di negri, punkabbestia e zingari da generargli il disgusto. Roveri è un'anima nera, fedifraga, violenta e xenofoba, inserito in uno scenario non meno nero composto da vacuità ed esteriorità, solo che il suo filo, quello che unisce la realtà specchiata di ogni individuo, si spezza e quel che viene generato non è niente che già non gli appartenesse. La sua, infatti, è una miccia interna che s'innesca a causa di una telefonata, una richiesta d'aiuto della figlia, cui il suo essere impegnato in una sveltina con un'amante, non gli consente di dare ascolto. Ma badate bene è solo un innesco, la miccia è sempre stata lì. 

E' una prosa accattivante quella che ci consegna tra le mani Berselli, qualcosa di così perverso e violento che terrorizza, senza però impedire che la mano davanti agli occhi divarichi un po' le dita per consentirci di sbirciare, da bravi voyeur d'emozioni, quel che succede. E forse terrorizza con ancora più vividezza, perché è una violenza talmente probabile, da farci temere di diventarne gli artefici: "... a tirar fuori il peggio dal lato umano può essere sufficiente la routine soffocante ... Quasi tutte le mie storie son ambientate a Bologna, ma basti pensare a quel che è accaduto nelle province, Avetrana, Garlasco, Cogne, protagoniste degli ultimi fatti di cronaca".

Come senza fatica, nel tempo di due pinte di birra, è volato questo piacevole incontro, altrettanto velocemente scorrerà tra le vostre mani questo libro, ma non pensate che sia come bere un bicchier d'acqua. Perché è vero, quando arriverete in fondo vi sentirete rassicurati, ma solo finché non vi vedrete sorridere allo specchio.
A presto e buona lettura.

domenica 27 marzo 2011

Incontro con l'autore - Paolo Grugni (26 marzo 2011)

Già altre volte ero passato davanti alla libreria Trame, anche perché via Goito è una di quelle strade secondarie che collegano due delle mie personalissime arterie principali Bolognesi, via Oberdan a via dell'Indipendenza, questa volta però ho avuto una buona occasione per fermarmi a gustare un po' questo luogo così raccolto, che si annida proprio nel centro storico: L'odore acido di quei giorni edito da Laurana, che ho scoperto essere niente popò di meno che la linea narrativa della Melampo, scritto dall'autore Paolo Grugni, non certo un esordiente, visti i precedenti quattro titoli. 

La presentazione di questo pomeriggio sabatino è stata introdotta da due personalità profondamente differenti: lo scrittore Andrea Villani e la storica Cinzia Venturoli; le quali attraverso la provocatorietà ed effervescenza del primo accompagnata dall'abilità divulgativa della seconda, hanno definito il romanzo in questione un racconto della realtà assolutamente ben fatto. Il Grugni infatti, servendosi dell'escamotage narrativo del noir, risulta essere, grazie a una storia convincente ricca di coup de théâtre, più accattivante agli occhi del lettore e ampiamente capace di destreggiarsi tra le tortuosità dei delicati aspetti della storia contemporanea/modernità, che risulterebbero molto più complessi per qualsiasi opera saggistica; il naturale vantaggio della "fiction", per intenderci, di cui l'autore si avvale sapientemente.

In questo libro si possono identificare tre direttrici perfettamente amalgamate e assolutamente inscindibili: il giallo, ovvero la storia vera e propria, che racconta delle donne trovate morte a causa di una ferita d'arma da fuoco nella vagina e della "partita a scacchi" giocata tra il protagonista e il serial killer;  la trama animalista, che principalmente ruota intorno al protagonista,  ex chirurgo che incriminato di favoreggiamento perde il lavoro, la moglie e i figli, dopo aver prestato soccorso ad un sindacalista dei Nuclei Armati Proletari, Alessandro Bellezza (cognome che sotto la sua naturale veste estetico/culturale ha avuto una sua certa importanza all'interno dell'introduzione del Villani), e al suo lavoro di raccoglitore di cadaveri degli animali ammazzati dagli automobilisti; in ultimo la narrazione di quell'anno essenziale nella storia della democrazia italiana, il '77, che per questa volta non ha come focus il terrorismo, ma piuttosto l'essenza affollata di cui parlava Gaber, anno di violenza, sì, ma più che altro di totale intensità partecipativa.

Ed è con questa vivacità scrittoria e minuziosa intensità storica, che Grugni dipinge e scrive il suo romanzo e quel '77 da lui vissuto ma, allora ragazzino, non pienamente compreso nella sua importanza. Così questo libro diventa per l'autore una specie di catarsi con cui recuperare la sua disattenzione giovanile verso "l'anno in cui l'Italia chiuse violentemente la stagione della possibilità democratica" come lui stesso ha precisato.

Una serie di omicidi, un'indagine, un protagonista con nessuna voglia di arrendersi, la cronaca da bollettino di guerra di radio Alice e la sua musica, le bombe, l'escandescenza studentesca  e la violenza di uno stato intransigente, sono l'anima di questo romanzo, L'odore acido di quei giorni, che racconta lisergicamente un'Italia esplosiva, violenta e non ancora assopita, che si affaccia appena sbirciandolo su un futuro pesante come il piombo, il nostro, in cui "tu nella vita comandi fino a quando, hai stretto in mano il tuo telecomando" è tristemente molto più che il semplice verso di una molto conosciuta canzonetta italiana.
A presto e buona lettura!

venerdì 25 marzo 2011

Soundmagazine.it - La Fonderie - Downtown Babele


"… chissà quando mai sapremo la verità su quello che è successo…"

E’ Bruno Vespa che sentirete parlare, seguito da una sequela stordente di altre voci già conosciute della televisione ed è attraverso loro che si aprirà la prima traccia “Tu cosa guardi in tv”, l’inizio di questa dose di energia pura che vi accompagnerà per la troppo breve cinquantina di minuti successiva.

Downtown Babele di La Fonderie “è un tentativo blasfemo e sgangherato, e per certi versi una risposta biascicata, al bisogno di toccare il cielo” come la stessa band tiene a precisare; un album che sembra quasi creato in due tempi, che dalla rudezza giovane dei suoi primi sei brani, da “Tutto il tempo che mi dai” in poi diventa molto più intenso soprattutto nelle tematiche dei testi. Un excursus che termina in trionfo con Gigante “… E voglio continuare tutti i giorni a crescere/diventare gigante e guardarvi dalle nuvole …”.

Insomma, le undici tracce che compongono questo primo album, autoprodotto dal gruppo milanese Le Fonderie e distribuito da GoodFellas, sono caratterizzate da una ritmica serrata attraverso cui, i cinque componenti dopo più di un anno di lavoro, raccontano polifonicamente (quale abominio di parola ho prodotto?n.d.r.) le loro esperienze musicali, in un’amalgama assolutamente godibile e, pur a tratti nella sua troppa rudezza, accattivante.
Qualcosa che sono certo continuerà orecchiabilmente a ritornarvi in mente!
Buon ascolto.

Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine per l’opportunità.

mercoledì 23 marzo 2011

Frivolezza del giorno - in acco. Ovvero: De memoria



Riguardavo l'almanacco
ristorandomi con Bacco,
"pensa te" pensai "bislacco,
oggi è proprio sant'Isacco".
Poi d'un tratto il mio esser fiacco
si destò da quel distacco
"Sono morto poffarbacco
non perdonerà lo smacco"!

<<Pronto, cara, sì son Ciacco,
sì, ti chiamo dal Bivacco
ch'ho lasciato qui il colbacco.
Sì, lo so ch’è Sant’Isacco.
Non è vero che mi svacco,
mentre tu m’aspetti al Gracco!
Come dici, sono stracco?
No son stronzo, certo, un bracco,
dai non darmi del vigliacco!>>
Risultato fu il suo attacco.

La moral tirata a sacco
dal latino Orazio Flacco
è: non dar principio al pacco
se in risposta non vuoi il tacco!

lunedì 21 marzo 2011

Nichilismo del giorno

"Voglio che questo genere umano muoia e con esso tutto ciò che gli è vicino"
La catastrofe del Giappone

Soundmagazine.it - Cabeki - Il montaggio delle attrazioni

Immaginate di avere tra le mani il vostro ingiallito e polveroso album fotografico delle vacanze, quello in cui disordinatamente avete messo le fotografie più belle dei vostri viaggi. Immaginate di averlo ritrovato casualmente in mezzo a chissà a quali altre cianfrusaglie, magari quelle maracas arancioni a pois verdi comprate a Cancun, o quella maschera da kabuki giapponese con quelle strisce blu e rosse a contornare gli occhi cavi.
L'estasi di una scoperta inaspettata. Una ri-scoperta in questo caso, ma pur sempre estatica. 

Ho voluto aprire in questa maniera proustiana (per la quale a causa della mia cialtroneria, il legittimo proprietario del termine starà rigirandosi nella tomba), perché in questo suo "Il montaggio delle attrazioni" edito da Tannen records, il compositore veronese Andrea Faccioli,  attraverso il suo progetto strumentale Cabeki, ci lascia apprezzare in ogni brano le immagini sprigionate dalle sue eclettiche qualità artistiche, arricchite dall'uso di strumenti convenzionali, folk ed etnici, a meno convenzionali strumenti/giocattolo come Ukelin, Autoharp e Stylophone, saltando dal post rock al blues, dalla musica da camera all’elettronica minimale, viaggiando dalla morigeratezza western di "Nelle tasche rotte" all'energia elettronica di "Tokio New Orleans" (per citare due degli undici brani).

E se è vero che si prova un fitto senso di smarrimento in questo carosello di suoni, di rumori e di melodie, questo è solo dipendente dalla nostalgia; quella che proveremmo sfogliando quel meraviglioso arlecchino ingiallito contenenti le istantanee dei nostri viaggi, perdendoci per la meraviglia dei ricordi, un po' nostri e un po' di quelli che immagineremmo appartenenti agli inconsapevoli passanti, circoscritti loro malgrado, nel nostro ritrovato passato in miniatura.
Buon ascolto!

Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine per l’opportunità.

martedì 15 marzo 2011

domenica 13 marzo 2011

Incontro con l'autore - Claudio Vergnani (12 marzo 2011)

"Che cos'è la Transilvania se non una campagna rumena?"

Come sempre più spesso piacevolmente accade, il Modo Infoshop diventa il luogo in cui i miei pomeriggi s'illuminano di divertimento. Quello di ieri prevedeva la presentazione del libro "Il 36° Giusto" di Claudio Vergnani edito da Gargoyle book, che mi ha anche dato l'occasione di rincontrare una mia vecchia, non troppo vecchia tutto sommato (aspettando che arrivi a decapitarmi con un'ascia), conoscenza, Jadel Andreetto del gruppo Kaizen; più in forma che mai dopo il suo viaggio in giro per l'altra metà americana (nord e sud) del mondo.

Il 36° Giusto è il secondo libro di una trilogia horror, cominciata con Il 18° vampiro, che verrà terminata da L'ora più buia, di prossima uscita. Il titolo è tratto da una leggenda della tradizione Ebraica; in questa si racconta che Dio stanco degli essere umani e delle loro nefandezze (e come gli si potrebbe dar torto) volesse distruggerli, ma che venga "redento" dal farlo, grazie alla presenza di 36 esseri umani (per ogni generazione), che con la loro bontà, lealtà e interezza, lo impietosiscono a tal punto da rimandare lo sterminio a data da destinarsi.

Vergnani, decide di ambientare, anche in questa seconda occasione, la vicenda nella nebbiosa e alienante pianura padana, ma assecondando una sua scelta molto coraggiosa, si allontana dalla struttura usata nel primo libro; difatti in questa seconda opera è con un intreccio di quattro "microracconti"che si avrà a che fare, i quali termineranno con un'apertura diretta al terzo e ultimo libro della storia.

Secondo l'autore, ma del resto è opinione comune, "... nella letteratura d'evasione paga sempre la ripetizione", perché quindi, ci si potrebbe chiedere, la scelta di modificare il taglio, vista l'ottima risposta data dal pubblico al libro d'esordio? 
La risposta, molto semplice anche se fin troppo spesso non perseguita dagli scrittori, è da ricercare nell'audacia di un autore che non ha voluto cristallizzare il suo stile e che ha voluto anzi ricercare nuove modalità di narrazione, intrecciando con ancora più verve, di quanto avesse  fatto in precedenza, le regole e le atmosfere appartenenti al genere horror con una grottesca ironia e una connessione, per quanto consentito dal sense of wonder offerto dai tratti del romanzo, alla realtà. 
Verosimiglianza, che tra l'altro, è facilmente riscontrabile negli stessi personaggi e nelle dinamiche di lotta tra poveri ed emarginati, in cui convergono inesorabilmente cacciatori e cacciati, messe in scena durante l'intera narrazione.

La saga di Vergnani ha tutte le carte in regola per entrare di diritto in un genere, quello horror, che non appartiene esattamente ai vampiri dalla vezzosità gagliarda o dalle storie d'amore improbabili, bensì in quell'orrorifico, quanto preoccupante, "vivono tra noi" esorcizzato dalla frase "siamo talmente nella merda che paradossalmente ci scappa da ridere" e qui la verosimiglianza ci sta tutta.
A presto e buona lettura.

giovedì 10 marzo 2011

Soundmagazine.it - Yut - Yut


Dopo mesi trascorsi a lavorare sulla gestazione del loro disco d'esordio, ecco qui Yut, omonimo album di questo trio milanese, registrato dall'etichetta Smoking Kills Records e distribuito da Halidon.

Il lavoro si presenta dotato d'interessanti guizzi vitali, pur essendo caratterizzato dalle tinte fosche tipiche della corrente nichilista a cui il modo di trattare le tematiche lo legano. La cupezza dei brani e dei testi (forse un po' troppo ripetitivi nei contenuti) è contraddistinta dai toni bassi molto presenti sulla scena armonica e dalla prima voce decisamente ingombrante, ancora non saprei dire, dopo questi primi ascolti, se in bene o in male.
Il rock di cui si fanno portavoce gode di influenze elettroniche che caricano, pervadendolo, l'intero lavoro dall'inizio alla fine, soprattutto in brani come Zion e Il Cattivo particolarmente martellanti nella cadenza ritmica.

Per avere un quadro più ampio dei brani ascoltati ho voluto cercare chi fossero questi ragazzi, trovandoli senza dubbio più trascinanti dal vivo, che non nelle pur eccellenti registrazioni. Questa, secondo me, è una caratteristica su cui puntare piuttosto che uno svantaggio di cui subire l'influenza, è qualcosa che definirei da migliorare, ma è un inizio che con  il tempo troverà la sua strada.
Buon ascolto.
 
Ps. Ringrazio Valentina e Soundmagazine per l’opportunità.

martedì 8 marzo 2011

Vincino - Il Male

Titolo originale:
Autore: Vincino & Autori Vari
Anno 2007
Edizione:  Rizzoli
Pagine: 169

"Il male non muore mai"
A volte per mutare le sorti di un qualsivoglia panorama artistico basta poco, magari una cena tra amici, chessò sei lì a mangiare due bucatini alla amatriciana e tra uno schizzo di sugo evitato, che ti sporcherà di certo dopo il terzo bicchiere di vino, magari buono, e una mollica di pane tirata, ci scappa  qualche parolina di troppo, una cosa tipo "ma si facesse qualche ganzata tutti insieme?"... Non ho idea di come possano nascere alcune esperienze, ma mi diverte pensare che il cibo e qualche bicchiere di troppo siano accompagnatori audaci di qualunque impresa grandiosa. 
Il 3 Maggio 1978 un gruppo di spiantati dalla maestosa creatività e talento che sarebbe bastato per illuminare una nazione fondarono, prima che una rivista, un'esperienza da cui, da lì in poi, non potranno far altro che attingere tutti gli altri che avrebbero voluto cimentarsi  nella realizzazione di simili creazioni. Quel giorno stava nascendo qualcosa che sarebbe rimasto immortale, nel bene ma soprattutto nel Male, appunto!

L'esperienza editoriale de Il Male fu straordinaria e se si pensa che la sua epopea è durata un quinquennio, si resterà sconvolgentemente increduli; infatti la prima domanda che verrà in mente sarà "5 anni com'è possibile che non li abbiano fermati prima?"
Ci provarono in tutti i modi. Subì moltissimi sequestri e  decine di volte fu processato per "offese a capo di stato estero"  (il Papa era uno dei bersagli quindicinali prima, settimanali poi  della rivista) "vilipendio", "diffusione di materiale osceno", non bastò mai.

Qualcuno tra voi ricorderà certo le vignette di Vauro, le polemiche che fecero scoppiare e i moti d'indignazione. Ecco, immaginate di vedere il volto di Papa Wojtyla (detto Giampaolo) di ritorno dal viaggio in Brasile sfigurato e sotto scritto: "Io detto, bambino no baciare papa... no baciare... lui baciato... ecco frittata" o la fantasiosa tragica avventura a fumetti di Moro dopo essere stato trovato morto o il titolone di copertina "Non sparate sui bambini, tanto muoiono lo stesso".
Non esisteva nulla che potesse fermarli. Un diritto di satira, oltraggiosa, oscena, esilarante, consumato in tutta la sua opulenta estrosità godereccia, un ceffone dato a piena mano sul viso dell'Italia perbenista di quegli anni e a tutti i suoi occupanti più in vista. 


Non appena ho saputo dell'esistenza di questo libro/raccolta non ho resistito alla tentazione di comprarlo. Del resto, per quanto però possa pensare di rammentarli con nostalgia, è di ricordi inventati che sento la mancanza visto che non li ho vissuti mai (se non come troppo impegnato a distinguere le differenze tra me e quello nello specchio). E così alla fine dell'elenco di tutti i collaboratori storici della rivista mi restano le domande senza risposta, di tutte le volte che qualcosa di così avanguardistico (o di particolarmente catturante) mi passa tra le mani; quell'"ok, e poi cos'è successo?".
E poi con gli anni, quell'"era mitica" in cui ce la si poteva cavare con un "chiamo a testimoniare il Papa" e metaforicamente urlare il salvotutti in tribunale, come accadde a Vincino, è stato sostituito  da un inquietante, agghiacciante oggi che non ha più nulla di rocambolescamente irrivirente e tutto sommato "innocente".


L'ilare rimpiazzato dal grottesco, l'avanguardia dalla quotidianità spicciola, il Male da essere liberamente sbattuto in bella vista nelle civette delle edicole, a quello più silenzioso e letale spacciato per verità diffamatoria e diffuso sottilmente senza responsabilità in televisione. Vi dice niente, ad esempio, un giudice che indossa calzini turchesi?


Gran bel guadagno per davvero, direbbero sarcasticamente in Toscana.
"Rivendico il diritto alla cazzata" risponderebbe Tognazzi, ma faccio volentieri le sue veci...
...anche se non ne valgo che le feci.
Buona lettura.

Ps. Vi lascio con la speranza futura di poterne rigustare la dissacrante presenza...

venerdì 4 marzo 2011

Aforisma del giorno

"Di tutto ciò che posso saper di me, è proprio di ciò che non so che mi piacerebbe saper di più"
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