Forse non essenzialmente io, ma io

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Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter

domenica 2 febbraio 2014

Tia Pa - Il gatto si chiama Mercurio

Titolo originale:
Autore: Tia Pa
Anno 2013
Edizione: Prospero Editore
Pagine: [quando lo scopro ve lo dico]

Non guardarmi con quella faccia” 
mi hai detto con violenza.

Non ne ho un’altra”, ho risposto"
  
Un romanzo breve o, se preferite, un racconto lungo due ore. Essì, perché è il primo libro che leggo in formato informatico sul pc e non ho mica capito dov'è che si legge a che pagina sono, o meglio quante pagine alla fine ho letto.  
Però direi che due ore è una buona misura.
Due ore di inseguimento nichilista e di amore come patologia, come malattia priva di un vaccino di riferimento con cui potersi salvare, se non con altro amore, se non con la follia, se non con la morte. E ognuna delle tre vie viene a modo proprio percorsa. La sensazione è come di una rivisitazione de La ballata dell'amor cieco di De Andrè, in cui "un uomo onesto, un uomo probo s'innamorò perdutamente di una che non lo amava niente" e proprio come nella canzone, perché come nella canzone è così nella vita, tra torturatore e torturato, anzi tra torturatrice e torturati, si stabilisce sempre un legame di dipendenza. Ed in effetti tutto torna, perché, pensandoci, il libro parla soprattutto di dipendenze: dalla droga, dalle attenzioni dell'altro, dalla possessione. Lo fa servendosi dell'ossessione che attraverso il racconto in prima persona dei vari personaggi, snoda un intreccio che si compone lentamente, come un'agonia inarrestabile, la stessa che imbriglia tutte le parti della storia. 
Non è un filone narrativo che riesco a digerire con disinvoltura, eppure non mi ha lasciato indifferente, né nelle sue scelte stilistiche, né nel suo essere dramma, in quel suo essere irresistibilmente connotato da tratti grotteschi, di quelli che se fosse un film metteresti la mano sul viso, ma con il medio e l'anulare appena divaricati per non perderti davvero la scena.
Il gatto si chiama Mercurio è una storia d'amore, anzi è più storie d'amore, che alternandosi nel dramma, inteneriscono e inorridiscono insieme e non so se alla fine è giusto poter parlare di speranza, ma di umana comprensione dell'altrui solitudine esistenziale, sì, una specie di compassione naturale verso i propri simili, che anche di fronte all'orrore ti lascia dentro una sorridente, comprensiva, malinconia.
Buona lettura.

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