Forse non essenzialmente io, ma io

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Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter

lunedì 11 giugno 2012

George R. R. Martin - Il battello del delirio

Titolo originale: Fevre Dream
Autore: George Raymond Richard Martin
Anno 1982
Pagine: 393
Editore: Gargoyle Pocket

"Il mio nome è Ozymandias, Re dei Re:
Guardate nelle mie opere, 
o voi Potenti, e disperate!
Nulla accanto rimane.
Intorno alla rovina di quel colossale relitto,
senza confini e nude le solitarie 
e piatte sabbie si stendono all'infinito"
Percy Bisshe Shelley - Ozymandias

Vorrei poter dire che lo avrei comprato, ma pur avendo letto altri libri di Martin, oltre alle Cronache del ghiaccio e del fuoco, non potrei affermare questa cosa con certezza. Sta di fatto, però, che ritrovandomelo coperto da un carinissimo incarto, l'ho letto di gusto; perché, tralasciando il desiderio grafico di vendere il libro mettendo 'sti canini in prima di copertina, inutilissimo spoiler a una parte abbastanza significativa del libro, ero davvero curioso di scoprire cosa avrebbe aggiunto Martin al (già allora) più che navigato mondo vampiresco.  


Siamo nel 1857 sul fiume Mississipi e il protagonista è Abner Marsh, capitano di una compagnia di imbarcazioni su fiume, che è ormai prossima al tracollo finanziario. La svolta gli è data dall'incontro con Joshua York, un uomo strano, singolarmente pallido, magro, eppur forte come e più di lui, che gli offre la salvezza per la sua Compagnia e la possibilità di recuperare ogni cosa perduta attraverso la costruzione di un battello colossale e bellissimo, il Fevre dream, attraverso il quale poter realizzare i suoi sogni di una vita: acquistare notorietà e diventare famoso come il capitano del battello più bello e veloce della storia del Mississipi. 
Queste sono le prime battute della storia, anzi della parte principale della storia, la seconda parte trova invece una via narrativa attraverso Billy Tipton "Il verme", tagliagole/sorvegliante di un gruppo di persone, non particolarmente raccomandabile, capeggiate dal Maestro Damon Julian, che abitano nel mezzo di una piantagione ormai malridotta della Louisiana.

Non è certo nel sapere che il romanzo appartiene alla letteratura vampiresca che ne viene a perdere in bellezza o in coup de theatre ("se mi sbaglio mi corrigerete" [cit.]), perché, difatti, è proprio questo il valore aggiunto offerto da Martin a tutto ciò che scrive, la singolare capacità di creare dei personaggi perfettamente credibili, esistenti a tutto tondo e con loro, le emozioni da cui sono spinti. In Fevre dream, ché Battello del delirio proprio nun se pò sentì, son meravigliosamente tratteggiati gli ambienti e le ambientazioni, l'arte culinaria e la vita di un battello sul fiume, più precisamente la vita degli ufficiali di un battello sul fiume. Il bene e il male si fondono con i concetti di natura e di ragione, perdendo la nitidezza dei lineamenti. Ed è tutto questo, che unito alla storia e ai personaggi, crea il valore aggiunto del mio scrittore ciccione preferito. .

Non è un libro immancabile. Non è il miglior Martin di sempre. I suoi vampiri, ad esempio, non odorano né del fragrante senso di stanca antichità immensa emanato dal Dracula di Bram Stoker, e nemmeno della personalità del Lestat della Rice (e segnatevelo questo momento che detesto servirmi nelle recensioni di paragoni tra scrittori). Eppure nella storia, anche in alcune piccolissime ingenuità, come i lunghi spiegoni che mi piacciono sempre molto poco, si vedono brillare richiami, citazioni, dialoghi intensi, susseguirsi di scene così perfettamente intrecciate che prima ancora di raccontare una storia per lo meno diversa dalla solita tradizione vampiresca, racconta la capacità di uno scrittore di avvicinarsi a uno stile e a un genere e farli propri a tal punto da disorientare il lettore. Quel disorientamento che coglie quando un libro datato 1982 sembra scritto con linguaggio Ottocentesco.
Buona lettura.

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