Forse non essenzialmente io, ma io

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Bologna (itinerante), Bo, Italy
Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
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mercoledì 11 febbraio 2015

Soundmagazine.it - Intervista ai Non voglio che Clara

Ogni intervista necessita di un suo incipit, mi dicono dalla regia, e indeciso se generare una qualche vaga nostalgia raccontando in quale mondo vivessimo e cosa facessi io nel 2004, anno di Hotel Tivoli, il loro primo disco, oppure raccontare dell’incontro casuale proprio durante la disponibilità di questa intervista di una ragazza dagli occhi blu che li segue da sempre e che mi ha praticamente detto tutto quel che avrei voluto sapere su di loro, neanche fosse la biografa ufficiale, ho pensato di optare per una riflessione diretta sul ruolo che nello scrivere un’intervista mi piacerebbe sempre avere.
Sicché, alla fine, al racconto dei dischi dei Non Voglio che Clara che ormai undici anni fa emettevano il loro primo singulto di vita nel mondo della musica indie italiana, ho preferito il racconto della loro visione, d’altro canto le idee sono luci e noi i caleidoscopii e se c’è una cosa che conta prima della nostra arte, semmai ne possediamo alcuna, son l’idee che la muovono.
Ringraziando Fabio De Min, questo è quel che resta, naturalmente in attesa di quanto verrà.

Dieci anni di carriera alle spalle, cosa è cambiato nel mondo musicale e come è cambiato l’approccio dei Non Voglio che Clara nei confronti di questo ambiente?
Negli ultimi dieci anni non è cambiato nulla, e credo che parte del problema dell’ambiente oggi sia proprio questo immobilismo. S’inseguono vecchi schemi che appartengono a un mercato musicale che non esiste più, con il miraggio che questo possa ritornare o probabilmente perché è meglio accontentarsi di poco piuttosto che affrontare un salto nel vuoto con un cambio di registro. Mi considero anch’io una statua di gesso, beninteso, ma cerco di evitare discorsi patetici del tipo “si stava meglio quando si stava peggio”, mentre vedo un sacco di gente piangersi addosso ed è curioso come la maggior parte delle persone che sento lamentarsi della loro condizione di artisti si occupa di musica solo per hobby, nel senso che di lavoro fa altro. Oggi la tecnologia permette a chiunque di registrare un disco a casa spendendo relativamente poco, e per ogni sedicente artista tutto diventa dovuto. Vent’anni fa pubblicare un disco era un traguardo.

Due donne, un cane, un uomo con il cuore in vista, ci può essere una storia unica, come il filo di un racconto non scritto, tra le quattro copertine o ognuna racconta una storia che è un’istantanea a sé stante?
Ho sempre subito il fascino dell’iconografia nelle copertine dei dischi e pure del segno grafico ma mi sono sempre trovato in difficoltà nel trovare delle immagini da accostare alla nostra musica. Sono stato fortunato con i lavori di Roberta Zeta per il disco omonimo e Laetitia Calcagno per Dei Cani, sono molto affezionato a entrambe le copertine proprio perché esprimono la sensibilità e il talento delle loro autrici. Della riedizione di Hotel Tivoli si è occupato invece Daniele D’Alia di Furoshiki Design, ho apprezzato molto il lavoro di restyling, mi sembra restituisca lo stesso immaginario della copertina originale che per la verità nasceva in maniera piuttosto casuale. Quindi la risposta è no: non c’è un filo conduttore fra le copertine, è tutto frutto di scelte fatte sul momento.

 “Le parole sono importanti” dice un vecchio adagio forse ancora non troppo passato di moda, quanto lo sono all’interno della vostra produzione, da quali letture deriva la vostra poetica, il vostro modo di pensare ai testi?
Hanno l’importanza che dovrebbero avere quando parliamo di canzoni. Se le parole sono importanti per davvero, allora non mi va di usarle a caso. Però non ho nemmeno velleità letterarie, anzi ho sempre pensato che sia sbagliato accostare la canzone alla poesia, è svilente nei confronti della canzone e allo stesso tempo rivela una idea un po’ troppo semplicistica della poesia. Per quanto riguarda la scrittura raccolgo molti stimoli dalla narrativa (soprattutto quella americana del novecento e quella italiana del dopoguerra) ma poi la parte più divertente è misurarsi con la forma canzone.

Come nascono i vostri dischi, qual è il bisogno che vi spinge verso la realizzazione, come è cambiato questo bisogno, ma anche l’eventuale necessità, nel corso di questa decade?
Anche quando non scrivo mantengo comunque uno sguardo da “scrittore” su ciò che mi circonda, alla ricerca di storie da raccontare in una canzone e successivamente da raccogliere in un disco. La spinta è questa specie di fiammella. Ho cominciato a scrivere vent’anni fa e da allora non ho mai smesso. Quello che cambia semmai è l’approccio alla realizzazione di un disco, cerchi di far tesoro della tua esperienza per non ripetere magari gli stessi errori, ti illudi di poter ottimizzare le energie e il tempo, ma ovviamente c’è sempre qualche variabile di cui non hai tenuto conto. Ecco, dopo dieci anni credo che anche cercare di migliorarsi sempre più, come autore e come musicista, sia un importante stimolo.

In questo ultimo, L’amore fin che dura, si percepisce una sorta di disincanto, pur sempre romantico, ma quanto è lontano il respiro della stagione dell’amore di questo ultimo album, da quello che raccontavate in Hotel Tivoli?
Nelle mie canzoni ho spesso cercato di cogliere la scintilla da cui parte la deflagrazione, cercando ispirazione nelle sensazioni, anche quelle che ti colgono per pochi attimi. L’amore fin che dura è stato scritto in un tempo ristretto, e questo ha fatto sì che i brani abbiano un unico mood. Hotel Tivoli raccoglieva invece brani scritti durante un periodo più lungo, quindi gli anni che separano il primo disco dall’ultimo sono anche più di dieci. In quest’arco di tempo è normale che anche lo sguardo di un autore cambi, si trasformi o in qualche modo maturi.

Quanto pesa una tua canzone a quale album ti senti più legato?
Ogni disco racconta un momento della tua vita e quindi racchiude emozioni positive e negative allo stesso tempo. Non va mai tutto liscio, per ogni disco c’è una fase in cui vorresti mandare tutto a quel paese, che di solito arriva a tre quarti del lavoro, quando cominci a essere stanco dei pezzi e ti poni mille dubbi. Tivoli, sebbene fosse il primo lavoro, era il disco dell’o la va o la spacca. E’ andata e questo ci ha permesso di farne altri, quindi  rimane un disco che amo molto. L’amore fin che dura è un disco che ho scritto da cima a fondo, non avevo pezzi pronti, ho dovuto approcciarmi al lavoro in maniera differente rispetto ai dischi precedenti ed è stato davvero emozionante.

Quali sono i gruppi italiani che godono della tua stima?
Quelli che hanno scelto di mantenere una propria identità e integrità artistica a dispetto delle difficoltà del periodo. Penso ai Baustelle che pubblicano un disco coraggioso come Fantasma, o Il Teatro degli Orrori. Mi piacciono gli artisti che non riescono a rinunciare alla tentazione di spostare la propria asticella una tacca più in alto, prendendosi qualche rischio.

Quali sono i prossimi programmi dei Non Voglio che Clara?
Saremo in giro fino ad aprile con questo tour che abbiamo allestito in occasione della ristampa di Hotel Tivoli. Pochi strumenti e vestiti leggeri per cercare di concentrarci sulla sostanza dei brani. Poi ci prenderemo una piccola pausa dai concerti ma ci sono un po’ di cose che bollono in pentola.

http://www.nonvogliocheclara.com/
Ps. Ringraziando Valentina e Soundmagazine per l'opportunità!

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