Forse non essenzialmente io, ma io

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Bologna (itinerante), Bo, Italy
Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter

sabato 31 luglio 2010

Robert Luis Stevenson - Il dottor Jekyll e Mr. Hide

Titolo originale: The strange case of Dr.Jekyll and Mr.Hide
Autore: Robert Luis Stevenson
Anno 1991
Edizione: I Classici Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 111

E' un peccato non aver trovato alcuna copertina della Feltrinelli, adattabile all'occasione...
Prima di leggerlo, quando pensavo a questo libro, lo immaginavo truculento, per stomaci forti, più fantascientifico. Non è esattamente così, la forza delle parole espresse non è nel suo modo splatter di presentarsi, ma nel suo toccare dentro, nel mostrare come, la normalità, nel suo esistere, è un filo sottile.
E questo, non solo perché noi tutti possediamo un alter ego, perverso, violento, più conformemente animalesco, ma perché c'è solo una porta a separare le nostre due vite, aperta la quale, è sempre più difficile prima il chiuderla, poi persino il non oltrepassarla.


Credo che sia difficile uccidere un uomo, ma credo anche che tra ucciderne, ad esempio, quindici e ucciderne foss'anche cento, consapevolmente, l'unica differenza sarà la naturalità dell'atto nel suo mostrarsi alla nostra psiche di omicida. La quale, via via apparirà ai nostri occhi prima sconvolgente, depravata ed emozionante, poi sempre più metodica, algida e usuale.
I gesti che rappresentano la normalità, sono parte di quel filo da lei composto, oltrepassato il quale, arduo, se non impossibile sarà il ritorno.


Siamo tutti Jekyll, con la paura dei possibili Hide che in noi imprigioniamo.
Buona lettura.

giovedì 1 luglio 2010

Aforisma del giorno

"Chiunque metta pazienza sia ringraziato, a chi vi aggiunga virtù d'osservazione, gli sia fortuna"

sabato 26 giugno 2010

Frivolezza del giorno

"Penso che i film horror degli ultimi anni abbiano, come unico obiettivo, quello di diffidare lo spettatore dal fare viaggi verso i paesi dell'est e dell'America Latina. Un po' come accadde con i bagni in mare aperto da The Jaws in poi.

Ps. E anche che strappare occhi dalle teste, sia facile come vendemmiare uva.
Viviamo in tempi difficili, pare"

giovedì 17 giugno 2010

Aforisma del giorno

"Il benessere ci ha resi molli. La minaccia della mancanza di benessere ci rende ignavi"

lunedì 14 giugno 2010

Philip Kindred Dick - Follia per sette clan

Titolo originale: The clans of Alphane moon
Autore: Philip Kindred Dick
Anno 1963
Edizione: Fanucci editore
Pagine: 234

"Follia per sette Clan". Quando mi trovai per la prima volta questo libro tra le mani, il pensiero di leggere una storia popolata da malati di mente, mi colpì con così tanta vivacità da promettere, principalmente a me stesso, che prima o poi l'avrei comprato.

Il romanzo si divide inizialmente in due parti sovrapposte, che finiscono per congiungersi totalmente: la prima parte si focalizza sulla Terra, dove il protagonista Chuck, impiegato presso un'agenzia governativa, vive una relazione ormai in disfacimento con sua moglie; la seconda s'incentra, invece, sul pianeta Alpha III L2, un tempo colonia terrestre ove venivano ricoverati affetti da patologie psichiche, i quali, in seguito all'abbandono terrestre, hanno creato sette clan, uno per ogni disturbo, instaurando un consiglio dei capi clan con il compito di dirimere tutte le questioni del pianeta.

L'intreccio è decisamente spassoso, soprassedendo naturalmente la misoginia, spesso presente negli scritti di Dick, (ad esempio qui).

La riflessione che ha prodotto la lettura è decisamente in tema, benché non espressa completamente all'interno della sua struttura.
Diverso. Nella simbologia matematica viene rappresentato con un uguale sbarrato, quindi leggendo semplicemente, il simbolo significa non uguale.
Direi che si tratta di un pensiero banale, vero?
Ed allora in tutta la mia banalità, mi domando: se dato per assioma, che diverso, cioè non uguale non ha connotazioni spregiative, almeno non nella sua prima dicitura, come mai tutti i diversi da noi, quali che siano i diversi e quali che siamo noi, sono sempre guardati con sospetto, con intolleranza, con paura?
Accettare è un verbo della prima coniugazione, la prima che viene insegnata e presumibilmente imparata nelle scuole, ma coniugare e comprendere non fanno neanche rima, figurarsi se possono essere sinonimi.

Buona, estasiante, lettura.

lunedì 7 giugno 2010

Aforisma del giorno

"Come fiori che cercano luce, voltando il viso accarezzato dal vento. Così viviamo. Bruciati. Accecati. Beati"

martedì 1 giugno 2010

Metti un giorno un proiettile colpisce un civile

Diapositiva
I fatti che sono successi, tutti noi abbiamo la possibilità di leggerli sui giornali.
Certo, qualche telegiornale avrà nicchiato, nella speranza che l'accaduto non inneschi incidenti diplomatici tali da costringerlo rompere il suo proprio naturale schieramento "politico". Eppure i dubbi restano. Ché i video mostrati fanno vedere solo (come se già non bastasse) soldati in "tuta da lavoro" (leggasi in tenuta da guerra) che salgono mediante funi sulle navi, manifestanti portatori di diritti umani che brandiscono bastoni su esseri umani come fossero manichini. Poco più che questo.

La difficoltà dell'osservare è derivante da tante cose. In queste vicissitudini, come in altre c'è una difficoltà in più. Il tifo da stadio.
La mia squadra non la cambio nemmeno se perde, perché sennò non sarei un buon tifoso. Io sono filo-palestinese, io sono filo-israeliano. Bla bla bla.
Questo conflitto è pieno di cose che per sapersi davvero avrebbero bisogno di vite dedicate alla ricerca oggettiva dei fatti. E come si fa?
Chi li scrive sti' fatti oggettivi, una persona soggettiva?
Il problema solito della storia.

Quelle che produciamo noi altri son chiacchiere emotive dettate dalla conoscenza più o meno vasta di quel che sappiamo. Ma noi degli interessi che li muovono sti' fatti, sappiamo ricchi cazzi. Per lo meno i più di noi. Perché qualcuno sa, ma giustamente non parla.
Abbiamo un mondo costruito sui silenzi.
Un substrato di realtà, ben più spesso del reale, concepito dalle incomprensioni lasciate da questi silenzi.

Che è accaduto ieri?
Ieri un gruppo di persone, che contavano personalità importanti e in qualche caso famose, motivate dal loro essere uno strumento di vita (dal loro punto di vista in piena responsabilità e buonafede) si son trovate di fronte delle navi da guerra.
Moltissime cose passano nella mente di chi pensa di essere nel giusto, io penso che loro abbiano pensato "Non spareranno mai. Possiamo provocarli quanto ci pare, ma se sparano succede un casino e son cazzi loro".
I soldati hanno intimato loro di "non fare troppe storie e di far salire a bordo i soldati per portare le navi in un ormeggio sicuro per fare tutti i controlli" che tradotto significava, "fate salire i soldati e per questa volta ve la cavate tutti tranquillamente, senza che vi succeda nulla di grave, ma tutto ciò che c'è qua sopra non vi verrà restituito".

Qui c'è il primo "bivio", avrebbero potuto scegliere di prendere il largo e andar via, avrebbero potuto eseguire gli ordini, oppure l'opposizione diretta, la terza via, quella che hanno scelto.

I pacifisti hanno provato a sfondare il blocco.
I soldati son saliti a bordo della nave.

I pacifisti hanno preso la sciagurata decisione di romperne di legnate un paio quando si son visti abbordati (tra l’altro, abbordare un gruppo di navi battenti bandiere di stati misti, composto da passeggeri di cittadinanza mista, in acque internazionali, non sarà reato?), dopodiché tra legni alla buona e qualche coltello, che sempre ci si trova addosso in queste situazioni (coltelli da cucina compresi) se le son date, finché gli israeliani, visti disarmare per le botte subite i primi soldati arrivati sul ponte, hanno deciso, presi dalla comprensione che la situazione gli era ormai sfuggita di mano, di sparare sulla folla per disperderla, lasciandone a terra, invece, meno di una quindicina (speriamo).

In quel momento chi stava comandando la situazione avrà pensato, "Cazzo, sti’ figli di puttana non dovevano morire, mo' come glielo spiego al mondo intero che gli stronzi son loro e non io?"

Il resto son tutte le chiacchiere. Tutte quelle che ho proferito, che continuerò a tossicchiare, che ho ascoltato e letto.

Ora, quello che è importante capire, è che questa situazione è presumibilmente stata creata ad hoc; quello che sapremo nei prossimi tempi è chi l'ha pensata. Come in ogni conflitto della storia, ci vuole pochissimo per innescare dei piani. Questo piano può essere stato o un errore grossolano o un piano ben congegnato non entrambi.
Quindi, secondo problema. Chi.
Bisogna vedere, infatti, chi è che lo vuole il subbuglio, se sono i palestinesi (o arabi) che vogliono il pretesto per dare ulteriormente addosso, oppure se son stati gli israeliani che prospettando una risposta dal mondo arabo, sperano che questi ultimi la facciano grossa per avere l'autorizzazione a rispondere con la forza, quella che solo gli israeliani, grazie ai mezzi di cui dispongono, possono dispiegare. E che, aggiungerei io, non esitano giammai a mostrare, come fosse un modo per dire "occhio, che per come lo abbiamo duro noi, ve lo sentite solo quando ve lo ficchiamo dove vi fa più male".

Come ultima cosa un problema principe.
Quand’è che un soldato può sparare addosso a un civile? E poi, in tutto questo buglione di risposte emotive riguardanti il conflitto e l’accaduto, se al posto di Israele ci fosse stato uno stato come la Libia, che cosa avremmo detto? Perché da questa seconda risposta ne va anche della nostra onestà intellettuale.

Per mio conto ho parlato abbastanza.
Speriamo, quindi, nell'errore (anche se credo ci sia un piano), diversamente ripenserei a quando un coriaceo Mussolini disse, riuscendoci ampiamente: "voglio portare un migliaio di morti sul tavolo delle trattive"...
... e allora mi auguro che, se questa è la risposta che si danno i potenti di questa Terra, che comincino a buttarle queste atomiche, almeno sta' società di depressi mentali e degradati morali va al macello e fanculo a chi resta.
Buona lettura.

venerdì 28 maggio 2010

Aforisma del giorno

"Se fossi nato qualche secolo fa sarei stato un luddista. Ma non per il problema sociale dei posti di lavoro in diminuzione, bensì perché questo futuro sta annichilendo il piacere dello scoprire il piacere, del toccarlo, del respirarlo, del renderlo sensibile attraverso i 5 sensi"

lunedì 17 maggio 2010

Mark Haddon - Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte

Titolo originale: The curious incident of the dog in the night-time
Autore: Mark Haddon
Anno 2003
Edizione: Giulio Einaudi editore
Pagine: 247

Bene, cominciamo con una considerazione di concetto. Questo libro, contrariamente da ciò che è scritto in quarta di copertina, non è un giallo e il caso da risolvere, lo strano caso, non ha che una "marginale" importanza all'interno del romanzo. E' il motivo scatenante, il quid che innesca la storia, la sete di curiosità.
Il protagonista, Christopher e la sua gravissima forma di autismo sono il fulcro, oltre che i diretti narratori dell'intera vicenda, che si spinge molto più in là dell'omicidio del cane, semplice punto di partenza.

Pensandoci, e non saprei dire se stranamente o no, la straordinarietà di questo romanzo è che pur elaborando ogni cosa attraverso la mente logico-matematica del giovane protagonista, è una fortissima componente emotiva a coinvolgere il lettore, trascinandolo in piacevole corsa dalla prima all'ultima pagina.

Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte è una specie di diario di bordo in cui i colori offerti, talmente vari e differenti dalla normalità cui siamo abituati, sono così perfetti e obiettivamente naturali da ottenere la quadratura del cerchio.
Non solo in senso geometrico!

Buona lettura.

sabato 15 maggio 2010

Aforisma del giorno

"La colpa non è degli stronzi, loro seguono solo la loro natura. La colpa è di chi consente agli stronzi di esser tali"

mercoledì 12 maggio 2010

Simona Vinci - Stanza 411

Titolo originale:
Autore: Simona Vinci
Anno 2006
Edizione: Einaudi Stile Libero
Pagine: 121

Ammetto che parlare di questo libro mi è davvero difficile. E' il suo aver invaso la mia sfera sentimentale, a rendermi complicata la stesura della recensione, un esercizio che ha bisogno di chiarezza logica, di attitudine all'attenzione per i particolari, presenza.
Invece questo libro mi ha tolto tutto già con la copertina; quella silhouette di donna così eterea da essere quasi trasparente, come se lei fosse relativamente importante, come se il focus non fosse lei, ma la stanza. Una fotografia persistente nella lettura e nella mia memoria.
Stanza 411
è un libro d'amore. Credo simile a nessuno tra quelli a cui siete abituati. E' come se vi entrasse un coltello nel petto e la sua punta cercasse la vostra vulnerabilità, trovandola senza alcun indugio.

E' una storia d'amore raccontata in prima persona. Ma è priva di nomi. Non sono importanti. Le sue pagine sono come gli occhi di una donna: vivaci, sensibili, ammalianti e crudeli.
Non c'è un lieto fine. E' una catarsi. E' talmente bello da togliere il fiato, una notte d'amore prima del carcere a vita.
Questo libro mi ha innamorato, patologicamente.
Ma, come una donna, non è per tutti. Non è un Harmony, non è di Sparks, né della Steel, né di Moccia. La Vinci vive come donna prima che come scrittrice i postumi dei sentimenti che racconta, ne vive i ricordi, l'emozioni, la carnalità. O almeno è così che l'ho percepito.
Leggetelo, anzi fateci l'amore. Accarezzatelo, leccatelo, sentitene l'odore come fareste con la pelle della vostra (o del vostro) amante. Badate, amante, non amato. E' una relazione che saprete già finita prima ancora di cominciare, non per questo meno dolce, chimerica e avvolgente.
E' apoteosi e inferno.
E' una destinazione, non un arrivo.
Buona lettura.

sabato 8 maggio 2010

Daniel Evan Weiss - Gli scarafaggi non hanno re

Titolo originale: The roaches have no king
Autore: Daniel Evan Weiss
Anno 200o
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 242

Avvertenza per i soggetti più delicati di stomaco, questo libro non fa per voi, avete infinite possibilità, gli scaffali di una libreria sono sempre pieni di fogli di carta, comprate quelli, deponete questo, ne va del vostro bene.
Seconda avvertenza, fate attenzione alle vostre case.

Bene, tenevo a far presente queste cose, perché son necessarie per poter avere vita facile con un libro spassoso come questo.
In realtà si dovrebbe puntualizzare anche un'altra cosa, giusto per non cascare nell'errore in cui son caduto io. Se volete comprarlo come regalo sappiate che non sarà di un libro strettamente comico che farete dono. Potrebbe non aver rilevanza, ma il titolo ed anche la trama in quarta di copertina tendono ad essere fuorvianti. Molto fuorvianti.


Gli scarafaggi non hanno re è un romanzo dai tratti straordinarimente interessanti, ben scritto, dotato di una fluidità narrativa apprezzabile e drammatico.
Sappiate che prima di definirlo in questa maniera (benché già nel riassunto in quarta si provveda a farlo) ho dovuto attraversare un brainstorming (benché solitario) di pensieri, aprire a casaccio il libro per leggere le battute dei personaggi e denunciare ad alta voce la mia incapacità di riuscire a dare delle coordinate. Poi l'illuminazione.
E' un dramma, una tragedia teatrale in prosa.
Il libro, non la mia intelligenza. Va beh, si, anche.

Lo so, quando lo leggerete (perché vi consiglio davvero di farlo) non capirete forse il perché. Ma non è solo in conseguenza del finale, che è possibile maturare questa visione.

La principale caratteristica del libro è il suo punto di vista capovolto. I protagonisti non sono gli umani, ma gli scarafaggi e il "loro" mondo, che poi è anche lo stesso nostro, solo visto da una prospettiva completamente differente, più piccola, più grottesca (definizione quest'ultima oltremodo umana) e, a tratti, a dir poco esilarante. Protagonista della storia è Numeri, uno scarafaggio nato tra le pagine della Bibbia, la sua colonia di blattelle e le vicende che riguardano la covivenza tra loro e Ira Fishblatt, un pigro avvocato americano quarantenne, di origine ebraica e d'idee liberali.
Ed è qui il dramma. In una convivenza tra uomo e insetti, chi invade chi? Chi è il padrone di casa e chi l'ospite?


Leggetelo, davvero. E' qualche giorno che ho chiuso le pagine di questo libro, e posso affermare che oltre a qualche ora di spasso, ho maturato un'insana forma di paranoia. Ora so che mi spiano continuamente, che sovrappopolano ogni interstizio assaggiando ciò di cui mi nutro e che siamo noi a vivere in mezzo a loro e non il contrario.
Buona lettura.

giovedì 29 aprile 2010

Avvenimento estemporaneo - Brucerò la Vucciria

Titolo originale: Brucerò la Vucciria - col mio piano in fiamme
Autore: Akkura + Autori Vari
Anno 2009
Edizione: Dario Flaccovio Editore
Pagine: 111 + Cd


Entusiasta.
Entusiasta lo sono stato dal primo momento in cui mi è stata offerta l’opportunità di scrivere questa recensione, e ne sono rimasto per tutto il tempo, costantemente.
Questi Akkura e questo composito prodotto musicale-librario, non possono lasciare altrimenti. Il binomio realizzato, mette in scena le caratteristiche poliedriche di una città radiosa e allo stesso tempo ricca di ombre come Palermo, e lo fa non solo attraverso parole e testi altamente descrittivi, ma soprattutto grazie a una musicalità che ricalca, miscelandoli, i suoni mediterranei alle percussioni e alle arie brasiliane.


Brucerò la Vucciria, registrato interamente in Brasile, è il titolo di questo nuovo album degli Akkura, del libro edito dalla Dario Flaccovio Editore ed anche del brano di apertura del cd. Un titolo carico di significati ma dai connotati appassionati e nient’affatto violenti. Questo progetto, infatti, forte delle tante collaborazioni, si propone, di raccontare la Palermo di oggi, offrendo uno spaccato credibile, omogeneo, ma al tempo stesso articolato, che attraversa la città su vari livelli. Il titolo stesso (la Vucciria è uno dei mercati storici di Palermo e il termine, in palermitano, è usato per indicare il vociare caotico tipico dei posti affollati) sottolinea lo stato d’animo di tutti quei palermitani che vedendo la loro città “ristrutturata” e venduta ai ceti più ricchi, vorrebbero annientare, letteralmente bruciare, tutto, anche se stessi, pur di non veder svilire in mani estranee la propria casa.

È una passeggiata quella che vi viene offerta dal gruppo siciliano e dagli autori del libro (Davide Enia, Alli Traina, Dario Tosini, Andrea Gullotta e Cesare Basile), non si tratta di un viaggio di sola andata, badate bene, ma piuttosto di un giro turistico. Una gita che possa raccontarvi la storia, anzi le storie, della città di Palermo: istantanee fotografiche cittadine, come nella canzone Vicoli vicoli e nel racconto Non leggere; ritratti di figure umane che sfilano intorno al visitatore come nelle canzoni Nico il gigante, Benefattore e Attore merdionale e nei racconti Funerali e Nico; o ancora brevi provocazioni e proclami d’orgoglio, come nei brani Brucerò la Vucciria e Sabbie immobili e nei racconti Cani ed Emigranti.


Quando alla fine dell’ultima parola e dell’ultima nota, la musica sarà finita e sotto i vostri occhi sarà la quarta di copertina, lo sentirete anche voi il calore di quel sole rovente, l’odore forte del cibo, della sabbia e del mare e il riecheggiare delle voci e del sussurro di un futuro che, a Palermo, già ci fu.
Buon ascolto e buona lettura.

Ps. Ringrazio Vale e Sound Magazine per l'opportunità

lunedì 19 aprile 2010

Chuck Palahniuk - Rabbia

Titolo originale: Rant
Autore: Chuck Palahniuk
Anno 2007
Edizione: Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Pagine: 355

Mi trovo a dover parlare di un libro come questo e il mondo delle idee, in cui latito, mi appare confuso. D'altro canto, con un autore come Palahniuk la situazione non potrebbe essere molto diversa...
Partiamo dall'inizio... più o meno.

Rabbia è un libro non immediatamente classificabile, appartenente al genere horror, thriller, drammatico e, considerando l'ambientazione e la speculazione narrativa spazio-tempo, anche fantascientifico. Ad ogni modo cercherò di non lasciare troppi spoiler, per cui seguitemi senza fare domande, almeno fino a quando non avrete letto il libro.

Il protagonista assoluto è Buster "Rant" Casey, uno dei peggiori criminali della storia dell'umanità e insieme, a seconda dei punti di vista, uno dei più grandi miti generazionali; la voce del quale, più che giungere in prima persona, arriva attraverso i personaggi di questa storia, surreali, normalmente depravati e polifonici. Si tratta infatti di un romanzo che tratteggia lo stile del racconto biografico orale, in cui tutto viene narrato attraverso varie testimonianze, e si direbbe, retoricamente, che appare assai singolare quanta gente sia in grado di parlar di te dopo che sei morto.
Sarete proiettati dunque in un mondo alternativo, in cui esistono diurni e notturni separati da una campanella, la quale, una volta suonata, da il via ad un mondo rispettivamente banale o impazzito, in cui avere la rabbia rappresenta la peggiore delle sciagure o una delle mode per cui vendersi l'anima e, infine, l'ultimo sballo del momento sono i Party Crusching, serate a tema in cui si gioca una specie di autoscontro urbano a dir poco vivace.

Il tratto è quello solito di Palahniuk, duro, crudo, e, se mi vien permesso, benché catturante, sia per trovata scrittoria che per linguaggio usato (arriverete a fine libro e vi chiederete: "Com'è possibile che ho letto così velocemente 355 pagine?"), anche la scelta del finale è tipica di Palahniuk. Per lo meno per me, lettore di Fight club e Invisible monster.
E' vero, sto restando un po' sul vago, ma ammetto che si tratta di un libro piuttosto complesso da raccontare senza mettervi di fronte l'unica vera cosa, salvo che non siate amanti assoluti dello scrittore, che vi terrà incollati fino all'ultima pagina, la storia. E, vi assicuro, non è sul Party Crusching che vi ritroverete, per così dire, scimmiati.
Non me la sento di negativizzare. Vorrei, ma sarebbe un giudizio affrettato e, tutto sommato, niente affatto veritiero. Facciamo che lo leggete e poi se volete se ne parla.

Adesso ritorno a perplimermi, anche se dalla Crusca l'uso di questo modo verbale non è particolarmente apprezzato...
Buona lettura.

mercoledì 14 aprile 2010

Aforisma del giorno

"L'estro ha i suoi tratti, finché vengono rispettati portano il nome di genio, quando vengon superati quello di kitsch"

martedì 6 aprile 2010

Aforisma del giorno

"Troppo spesso si preferiscono bugie scodellate per pranzo, piuttosto che un po' di fame di verità. Questo non è essere idioti, è essere morti"

domenica 7 marzo 2010

Giorgio Scerbanenco - I milanesi ammazzano al sabato

Titolo originale: I milanesi ammazzano al sabato
Autore: Giorgio Scerbanenco
Anno 1999
Edizione: Elefanti Garzanti
Pagine: 181

Era da un po' che mi ero riproposto di leggere Scerbanenco, una di quelle voglie tipiche del lettore che passeggia molto nelle librerie e si ritrova spesso di fronte agli stessi autori e ai loro stessi titoli, prende il libro, ne vede la copertina, lo soppesa alla ricerca di un'ispirazione per "osmosi" che gli consigli di comprarlo, poi lo lascia ripromettendoselo per il futuro.


Il libro che state per leggere è un poliziesco, un'indagine compiuta dal personaggio per eccellenza di Scerbanenco, Duca Lamberti, come dire Auguste Dupin di Edgar Allan Poe per intenderci. L'indagine riguarda la sparizione della figlia di un onesto lavoratore milanese. Non scervellatevi sul motivo del titolo, lo troverete spiegato in fondo. Spiegazione che già di per sé, anche se non me ne occuperò in questo contesto, meriterebbe un'accurata attenzione sociologica.


Ora, ad averlo saputo prima, non sarei stato così entusiasta dell'acquisto. Non perchè la storia sia scritta male o manchi di coerenza o connessione tra le parti, anzi, direi che, pur non eccellendo, nella sua scorrevolezza raggiunge la piena sufficienza. Non è la vicenda il problema, sono i personaggi che la vivono a convincermi meno.
Non pretendo affatto di conoscere l'animo di un poliziotto, di sapere cosa provi ad avere a che fare con puttane e magnaccia e criminali di vario tipo e della peggior specie, ma conosco abbastanza gli uomini da sapere, per certo, che sono in grado di abituarsi a qualunque cosa, persino alle più turpi azioni, se effettuate con una certa regolarità. Ho pertanto trovato inverosimili questi personaggi, soprattutto il Lamberti ed il suo secondo, Mascaranti. Infatti tra le pagine del libro si respira il disprezzo (niente affatto riprovevole) verso chi si approfitta degli altri sfruttandone la debolezza, i bisogni primari, privando l'individuo del rispetto, che in quanto individuo merita di avere. Un disprezzo continuo che risulta però poco convincente e ripetitivo, apparentemente appartenente più all'autore, che non al carattere più naturalmente vicino al background dei personaggi.


Ed è l'aver ritrovato costantemente questa forzosità tra le pagine del libro a impedirmi di apprezzarlo come avrei voluto.
Buona lettura.


Ps. Dimenticavo un'ultima curiosità. Gli Afterhours, gruppo musicale del rock alternativo italiano, s'ispirarono per un loro cd al titolo di questo libro, sbagliandolo ma lasciando correre l'errore perché soddisfatti dalla coerenza sostanziale di ciò che loro volevano intendere. Il cd s'intitola "I milanesi ammazzano il sabato".

sabato 27 febbraio 2010

Aforisma del giorno

"Ed è quell'adorante vuoto ad occhi chiusi, come sospesi in una densa realtà di nera pece, che, del primo bacio, amo"

martedì 16 febbraio 2010

Aforisma del giorno

"I puntini di sospensione sono propri di un cervello pensante, nell'atto stesso del pensare.
I punti sono invece l'affermazione ultima e precisa di un pensiero.
Gli uni senza gli altri non avrebbero rispettivamente, motivo di esistere, perchè il pensiero vacuo e ridondante cessa della sua utilità, o reale valore, perchè il pensiero fisso senza un'accurata puntinizzazione, cessa la sua valenza viaggiante, diventando mero dogma"

venerdì 12 febbraio 2010

lunedì 8 febbraio 2010

sabato 6 febbraio 2010

Oscar Wilde - Il ritratto di Dorian Gray

Titolo originale: The picture of Dorian Gray
Autore: Oscar Wilde
Anno 1991
Edizione: I Classici Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 261

Dato che il prefatore è il sig. Busi, comincio con l'elogiare lui, complimentandomi per lo spirito sagace con cui apre queste voluttuose e un pò depravate (almeno nell'innalzamento smodato dei costumi dediti al piacere) pagine.

E' impossibile non conoscere questo libro, ciò che rappresenta nel mondo della letteratura o cosa ne resta (potrei dire ahilui) nel vivido ricordo dei suoi lettori. Quel che non sapevo, invece prima di leggerlo, è che la maggior parte degli aforismi di Wilde son estrapolati da questo testo. Il quale testo, è senza dubbio la più degna conclusione della mia personalissima trilogia del doppio, in cui Il Visconte dimezzato di Calvino e Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson sono stati predecessori.

Trovo inutile soffermarmi realmente sulla trama, o operare una critica, soprattutto per il fatto che il palinsesto librario è zeppo di simili digressioni, certamente più preparate di quanto possa essere io sull'argomento. Lascerò tuttavia un appunto per tutti i futuri lettori.
Per leggere Wilde e soprattutto questo suo libro, che con naturale scorrevolezza tratteggia i caratteri del Dandysmo (per più accurate voglie di conoscenza rivolgersi al De profundis), bisogna aver l'intelligenza di capire i motivi che lo sorreggono, le riflessioni che lo plasmano e il quadro sociale che lo genera. Senza questo approccio, senza questa attenzione, il ritratto di Dorian Gray, apparirà un libro dal pensiero giovane (figo lo chiamerebbero banalizzandolo i giovani lettori moderni) e occulterà al lettore non solo i suoi angoli bui, ma anche il suo brillante nucleo.

Buona lettura.

giovedì 4 febbraio 2010

Pensieri liberi successivi a "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?"

Titolo originale: Do androids dream to the electric sheep?
Autore: Philip Kindred Dick
Anno 1968 (pubblicato in Italia)
Edizione: Fanucci Editore (cartonato)
Pagine: 238

Diamo per scontato.
Tutto il giorno, tutti i giorni, non passa un momento che non accada. Lo facciamo nel lavoro, lo facciamo nell'amore, lo facciamo ogni qualvolta pensiamo, senza troppa attenzione, al benessere in cui viviamo e, tragicamente, lo facciamo anche quando pensiamo alla vita ed alla crudeltà (quale?) della morte.


Ciechi, limitati ed assurdamente illusi dal nostro bugiardo sentirci.
Piccole mammolette che non hanno altro appiglio se non le certezze, quelle che ci disegniamo anche quando ci raccontiamo "guarda ti sbagli, io non do nulla per scontato".
Ben detto figlio di puttana, perchè se è questa la migliore delle tue risposte sei un doppio fallito, il primo perchè dici di non illuderti, il secondo perchè lo fai.
Bang! Sei morto.


Buona lettura.

lunedì 1 febbraio 2010

William Seward Burroughs - Il pasto nudo

Titolo originale: Naked lunch
Autore: William Seward Burroughs
Anno 1959
Edizione: Gli Adelphi
Pagine: 272

Potrei cominciare, nel parlare di questo libro, citando l'omonimo film di Cronenberg del 1991 e chissà quali altri tra autori, artisti e musicisti, si siano ispirati alla sua opera. L'unico problema è che la mia conoscenza, si ferma esattamente con la consapevolezza della loro esistenza, senza coincidere con la conoscenza dei loro rispettivi prodotti "surrogati".
Detto questo, il Pasto nudo è un viaggio. Innanzi tutto nei meandri profondi e tutto sommato non troppo conosciuti dell'omosessualità, ma naturalmente non solo.
E' piuttosto complesso stare al passo con la convulsa, frammentata, narrazione di questo libro. Trovo, però, che il viaggio identifichi eccellentemente l'opera finita per due essenziali ragioni: la prima è il fondamento stesso della trama, un fluire di pensieri, anzi meglio un insieme di istantanee fotografiche, legate solo dal fluire limpido (meglio metterlo tra virgolette) dei pensieri; la seconda è che la scena spaziale è talmente ampia, che solo la parola "viaggio" è in grado di comprenderla e spiegarla totalmente.

Quel che fa Borroughs, è raccontare senza schemi, nè coerenza o reale fluidità narrativa, una storia di una mente allucinata, stordita, da varie sostanze psicotrope (di cui un elenco viene fornito, con tanto di catalogazione narrativa dell'autore, a fine libro), e delineare, attraverso essa, le immagini brevi e pittoresche, che compongono il suo alterato stato intellettivo.

Un lavoro, questo, privo di morale e di qualunque moralismo di sorta, pulsante d'ingegno e patologica, depravata, visionaria, creatività.
Buona lettura.

domenica 10 gennaio 2010

Heinrich Boll - Opinioni di un clown

Titolo originale: Ansichen eins Clowns
Autore: Heinrich Boll
Anno 1965
Edizione: Oscar Mondadori classici moderni
Pagine: 253

Ho trovato delizioso questo libro, non solo per il suo modo di essere scritto, assolutamente scorrevole e originale, ma anche, anzi soprattutto, per il suo acuto utilizzo dell'ironia. Fatto questo preambolo su cui ritornerò, mi soffermo brevemente sull'ambientazione e la trama, le quali, evidentemente, sono le dirette genitrici delle riflessioni maturate.

Boll, ambienta questo romanzo nel periodo della ricostruzione industriale tedesca, successivo al secondo conflitto mondiale. Lo fa dando voce ad un clown, disperato per la perdita dell'amore della donna che ama, che, nella sua caduta in disgrazia, dipinge attraverso i suoi monologhi e con efficace comicità, tutta la società dei suoi tragici anni.

Ed è questa l'ironia di cui parlavo all'inizio.
Quel tipo di ironia, che diventa come un coltello saldamente piantato nella morale cattolica ed occidentale insieme, così ipocritamente perbenista e falsamente sociale, anzi troppo spesso, solo apparentemente sociale.
Un coltello piantato in quella ferita, credo mai chiusa, della colpevolezza tedesca nella "questione ebraica".
Un coltello inoffensivo come le "opinioni di un clown", ma non per questo meno significativo.

Un'ultima passata di biacca, et voilà, la maschera è pronta. Una perfetta riconoscibile maschera, per mimetizzarsi tra la gente, i dilettanti che vivono tutti i giorni della loro vita mascherati.
Buona lettura.

mercoledì 6 gennaio 2010

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