Forse non essenzialmente io, ma io

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Bologna (itinerante), Bo, Italy
Nato a Taranto il 6 maggio nel segno del Toro. Il Giallo del collettivo Shingo Tamai, cialtrone poliedrico, dilettante eclettico, onnivoro relazionale, sempre in cerca di piaceri, di vezzi, di spunti e di guerre perse in partenza. L'idea di comparire in questi termini sulla rete è nata da un brainstorming con un amico, Leonardo Chiantini, qualunque fortuna possa avere il suo primo "quaderno di appunti" virtuale, è a lui che vanno i suoi ringraziamenti.
Benvenuti e buona lettura.
Ps. Aggiungetemi su Facebook e, con lo pseudonimo andrelebrogge, su Twitter
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sabato 26 maggio 2012

Selacapo.net - SMELL Festival 2012 - Tra letteratura e odorosi sensi. Ovvero incontro con Madame Paola Goretti

Perché si dice andare a naso?
Perché andare a naso significa
non avere dei filtri cognitivi troppo
marcati per mappare il territorio.
E allora vai a onde e se una cosa ti torna, vai.
P.Goretti

Non sempre si ha la fortuna, non solo lavorativa, ma proprio quotidiana, di incontrare persone che si affacciano al vivente con una sensibilità e una personalità talmente proprie da forgiare i contesti tutt'intorno. Diciamo che a volte premia il saper cercare, mescolato a quel pizzico di fortuna che non guasta mai. 
In questi giorni di SMELL - Terza edizione del Festival Internazionale dell'olfatto, sono riuscito a ritagliare un pomeriggio con una delle donne protagoniste di questo evento così tangibilmente vivace, l'umanista, Cinquecentista di formazione, storica del costume, saggista e scrittrice, Paola Goretti.
Non potendo partecipare alla sua presentazione di venerdì pomeriggio di una delle opere più accattivanti dell'autore Gianni Guadalupi, il Dizionario dei luoghi fantastici (scritto a quattro mani con Manguel Alberto, pubblicato originariamente nel 1982 e ristampato dall’Archinto nel 2010) ho chiesto a Madame Paola, madrina del Festival e ricamatrice dell'ambientazione suggestiva che vede incontrarsi, all'interno della programmazione, il mondo letterario con quello odoroso, la possibilità di scambiare quattro chiacchiere.
E mai come in questa occasione mi vien da pensare a quanto importanti siano le parole.


 ... l'intervista comincia qui.
Buona lettura.

sabato 21 aprile 2012

Selacapo.net - Intervista ai Laser Geyser


Ieri nel mio girovagare per la rete ho trovato il video di uno scrittore romano che chiudendo la presentazione del suo ultimo libro con il motto “io me sono rotto anche un po’ er cazzo” nelle risate generali del pubblico presente ha buttato a terra il libro, estratto una pistola automatica e fatto fuoco due volte sull’opera cartacea, mutando in meno di un secondo le risate della gente in panico e urla diffuse.
Ecco, se dovessi pensare ai Laser Geyser non troverei altro paragone più preciso. Il suono di questo duo bolognese, JJ e Cangio (già ex-Laida Bologna crew), è infatti perfetto e immediato come l’esplosione di un colpo di pistola improvviso. Quando ho pensato a chi intervistare, nel random musicale è arrivata la loro Carchardan Carcarias, il ritrovarmi a scrivergli è stato un tutt’uno e il buon Cangio si è premurato di rispondermi.  

- Ciao ragazzi, la prima domanda per eccellenza che so di dovervi fare è: qual è il motivo del vostro nome e come nascono i Laser Geyser?

La paternità del nostro nome va attribuita ad un nostro caro amico, Michael Cohn, che da quasi una decina di anni conduce una vita solitaria ed appartata su quell'eremo di montagna che è Manhattan (http://twitter.com/#!/badmanshark). Ora come ora mi sfugge il momento della genesi, ma siamo con lui soliti intavolare conversazioni di un certo spessore, essendo tutti noi dei raffinati intellettuali: hai presente quel delirio non-sense che caratterizza le amicizie di lunga data, il vecchio adagio di cazzateatuttospiano
... continua qui.
Buona lettura!

venerdì 23 marzo 2012

Selacapo.net - Un sogno chiamato Pineda (Intervista a Umberto Giardini)

Da quando li ho scoperti non c’è una volta in cui non parlo di musica senza che li nomini. Il loro primo disco, un perfetto concept album strumentale omonimo al nome del gruppo, è probabilmente uno dei più belli che io abbia ascoltato nel 2011. Loro sono in tre: Floriano Bocchino (piano rhodes) Marco Marzo Maracas (chitarra) e Umberto “Moltheni” Giardini (batteria), il gruppo si chiama Pineda e grazie alla pazienza di Umberto vi presento il loro esperimento musicale. 

Probabilmente è la prima domanda per eccellenza da farti, qual è il motivo del vostro nome? 
Il nostro nome è assolutamente casuale… proviene dalla mia immaginazione ne avevamo alcuni, alla fine abbiamo scelto questo che non significa assolutamente nulla. 

Come nascono i Pineda e cosa vi ha fatto conoscere e spinti a realizzare l’idea di un gruppo esclusivamente strumentale? 

...continua qui.
Buona lettura! 



lunedì 28 novembre 2011

Soundmagazine.it - Intervista a unòrsominòre.


I gagliardi di Sound Magazine mi hanno chiesto di intervistare unòrsominòre e così ci siam messi di buona lena e questo è stato il risultato.

Cominciamo con le presentazioni che c’ho sto pallino dei nomi e mi piacerebbe capire il perché del tuo. Perché unòrsominore. tutto minuscolo, tutto attaccato e col punto finale?
Perché richiede impegno e attenzione, per disorientare un po’, perché è diverso dagli altri; o per lo meno lo era quando ho iniziato, cinque o sei anni fa. Non c’era questa invasione di bestie nell’indie italiano. Adesso con tutti i quadrupedi e i plantigradi in giro mi sa che cambio pseudonimo. Mi ricorda l’invasione di nomi di donna nella scena degli anni 2000. Bah, tutto passa.

Il tuo ultimo album “La vita agra” parla di questo presente. Cosa vedi?
Quello che vedo l’ho scritto e cantato: un paese stravolto, sconvolto, abbruttito nel suo intimo da decenni di corrosione della cultura, dello spirito critico, della tensione morale, e generazioni di padri e di figli distratti e superficiali e smemorati. Il 12 novembre scorso è cambiato qualcosa, è finita un’epoca ed è caduto un simbolo, ma l’epoca nuova di serenità e progresso è ben di là da venire. Le radici del disastro nel quale viviamo ormai da troppo tempo affondano nella storia di questa nazione. Questa liberazione, diversamente da quella del ’45, non porta con sé la voglia di ricominciare a ricostruire; siamo tutti stanchi, sfiduciati, non ci aspettiamo niente di nuovo. La mia generazione è cresciuta con l’imperativo categorico di rinunciare a credere, a sperare di cambiare qualcosa; “ci hanno preso tutto” e non vedo spiragli di sorta, nel futuro. La sinistra non esiste più da anni, l’Italia era e resta un paese di destra più o meno criptica, populista e ignorante, con o senza il tirannuccio in prima persona sullo scranno. E circa le nuove generazioni, direi che Manuel Agnelli la cantava giusta già una quindicina d’anni fa, e la situazione non è migliorata, anzi.
E il mondo discografico, invece, come ti appare?
Se parli del mondo indie, direi per lo più un mondicino piccino tutto teso a vivacchiare di cosine piccine; una piccola rete di amicizie e favori personali, esattamente come ogni altro settore. Per carità, esistono le eccezioni, ci mancherebbe. E comunque ovviamente io parlo solo per invidia. Del mondo major non posso parlare perché non lo conosco direttamente, ma mi pare che abbia sempre meno a che fare con la musica e sempre più con altre faccende. 
“Le parole sono importanti”, quanto lo sono per te e da quali letture o esperienze o modi di sentire nasce la tua poetica?
Lo sono assai, e mi piace pensare presuntuosamente che si intuisca nelle cose che scrivo e canto. Forma e sostanza non sono scindibili, “chi parla male pensa male e vive male” e chi scrive male difficilmente parla bene. Non è solo il godimento estetico di leggere e ascoltare costruzioni verbali piacevoli, c’è anche la necessità di essere chirurgici e spietati con le parole, per dire esattamente quello che va detto, per non lasciare spazio a formulazioni deboli – sia che si scelga di non essere ambigui, sia che si scelga di esserlo, il che è solo una questione stilistica. L’importante è avere coscienza di quello che si scrive e si dice. Letture: circa l’uso delle parole, direi Borges, su tutti; e poi Eco, Buzzati; Bulgakov. Ma metti anche Moretti, ovviamente, anche se non scrive romanzi.

Questo disco segna un’ulteriore crescita rispetto ai precedenti lavori, sia dal punto di vista degli arrangiamenti che delle tematiche proposte. Quando hai cominciato a scrivere “La vita agra” e come si sono sviluppati i pezzi?
Ho iniziato a scrivere le canzoni per questo disco molto tempo fa, un paio di anni almeno. E’ stato un processo lungo e complicato, non è il tipo di canzoni che sono sempre stato abituato a scrivere e quindi ho dovuto e voluto limare e sistemare ogni dettaglio. Poi cercare i suoni e le soluzioni musicali giuste per quelle parole è stato altrettanto difficile, e in questo ho ricevuto un enorme aiuto da Fabio. Ho cercato, sia nelle parole che nelle musiche, di evitare stereotipi di genere e cercare di non scadere in ovvietà. Non tutti sono convinti che ci sia riuscito, ma era preventivato. Alla fine, per aggiungere complicazioni alle complicazioni, ho deciso di registrare tutto da solo suonando tutti gli strumenti. E’ stato divertente.
Cinismo, rabbia, voglia di reagire, disillusione… Quali sono gli stati d’animo che hai riversato in questo disco?
Molta rabbia, sì, e molta disillusione, ma sempre cercando di filtrarle attraverso uno sguardo il più possibile razionale. Ho cercato di evitare sfoghi emotivi, anche quando urlo lo faccio con coscienza.
Il cinismo fa parte di me ma non credo si avverta troppo in queste canzoni, mi sa che tendo più a dare voce al mio idealismo romantico (per quanto pessimista) nella musica, per poi essere cinico e fastidioso nella vita di ogni giorno. Circa la voglia di reagire, in Celluloide sono abbastanza esplicito a riguardo: “Se cambiare qualcosa è impossibile, a cosa ci può servire la voglia di fare?”. La voglia magari c’è anche, è il metodo che manca.

Ci sono state altre possibilità musicali o precisi momenti in cui hai pensato di dover cercare nuove esperienze, oppure dal momento in cui hai aperto questa nuova parentesi artistica ogni ripensamento ha trovato soddisfazione in ciò che stavi riuscendo a creare?
No, hai voglia, decine di ripensamenti, continuamente. Ogni giorno, anche oggi. Sono un insicuro e non sono mai del tutto convinto delle mie scelte. Per questo lavoro poi, avendo deciso per scelta e per necessità di virare significativamente rispetto alle cose passate, i dubbi e le incertezze sono stati numerosissimi. Però posso dire che alla fine la soddisfazione è maggiore rispetto ad ogni altra mia esperienza passata in ambito musicale. Mi sembra di aver fatto, insieme e grazie a Fabio, il meglio che si potesse fare.

Ci sono musicisti o gruppi italiani che godono della tua manifesta stima?
Come no, e anzi grazie che me lo chiedi, così per una volta non sembro l’eterno insoddisfatto di tutto. Fra i cosiddetti indipendenti mi piacciono Il teatro degli orrori, Offlaga disco pax, Ministri, Non voglio che Clara. Meno noti ma bravissimi: Dilaila, Bancale, Misachenevica. Poi ci sono quelli veri, ma lì è un altro discorso, no? [sorride n.d.r.]

Quanto pesa una tua canzone e quale del tuo ultimo album senti ti appartenga di più?
Quanto pesa per chi? Per me parecchio, troppo probabilmente; per gli altri dipende, non saprei. Immagino non molto, altrimenti vivremmo in un paese migliore. Circa le canzoni, ce ne sono due o tre a cui sono molto legato: Celluloide, La vita agra II, Ci hanno preso tutto. Sono forse fra le meno immediate, e fra le più dirette, e cupe. Fosse stato solo per me forse il disco sarebbe stato tutto su quei toni, ma il mio produttore non ha voluto sentire ragioni e ha esatto il singolo ballabile.

Quali sono i tuoi programmi prossimi?
Suonare un po’ in giro, dove si riesce a farlo.
A presto, buon ascolto e buona lettura!

Ps. Ringrazio e non una volta sola, Valentina e SoundMagazine per l’opportunità!
Pps. Ringrazio FrizziFrizzi per la domanda sul peso dell’arte, su cui mi auguro non esista un copyright!

giovedì 29 settembre 2011

Dal Cern al Gransasso, l'intervista di un successo d'Italica speme

In agio all'eminenza del genio della nostra Italica intellighentia, vogliamo riportare la determinazione delle parole del nostro Ministro della Pubblica Istruzione Maria Stella Gelmini, tratte da un comunicato datato Roma, 23 settembre 2011:


Ed è da questo plauso, sentito dal più profondo del cuore, che ringraziamo Il Dottor G.G. (che ha richiesto l'anonimato proprio per rispettare il successo di un laborioso progetto collettivo), benemerito ricercatore italiano al CERN di Ginevra e tra i firmatari del progetto del tunnel per la facilitazione della Circolazione dei neutrini tra il CERN e i laboratorii del Gran Sasso, per essere su queste pagine e aver accettato di rispondere alle nostre curiosità.

Benvenuto su Lettere e Giorni Professore e grazie sinceramente per la sua disponibilità, ci racconti com'è nata questa idea magnifica.  
- Innanzitutto grazie a voi per il cortese invito! 
Come sempre la genesi di questi ambiziosi progetti non è opera di una sola mente, né avviene in poco tempo. Era già evidente dagli anni 80 che, per ottenere risultati mai raggiunti prima nella fisica dei neutrini, fosse necessario regolarne e migliorarne la circolazione tra i laboratori del CERN e del Gran Sasso. Come si può intuire erano vari i punti problematici della circolazione in superficie, due fra tutti: le dogane svizzera e francese, le autostrade italiane spesso affollate e di certo non ben attrezzate per supportare la circolazione di miliardi di neutrini al secondo (emblematico era il costante rallentamento dei neutrini nei pressi di Casalecchio, nonché le interminabili file estive nei pressi di Rimini). Fu proprio in queste condizioni che molti fisici incominciarono a pensare ad una possibile soluzione del problema. All'inizio l'idea del tunnel nonostante si presentasse come la più efficace, non fu accollata con favore viste le grandi difficoltà tecniche associate. Ben presto però le divergenze e le diffidenze, anche alla luce delle riuscite esperienze europee dei grandi tunnel, dal Monte Bianco al San Gottardo, furono superate, e un rinnovato entusiasmo si diffuse nella comunità scientifica. Ci volle lo sforzo di quasi 200 tra fisici ed ingegneri, ben 5 anni di progettazione e quasi 20 di costruzione, ma alla fine eccoci qua.

Quali sono state le difficoltà intervenute?
- Le difficoltà incontrate sono state tantissime: scavare un tunnel di quelle dimensioni (750 Km) perfettamente dritto, sviluppare sistemi di drenaggio dell'acqua proveniente dalla superficie, prevedere uscite di sicurezza utilizzabili da particelle che viaggiano a velocità paragonabili a quelle della luce, sono state cose che in più di un'occasione hanno dato enormi grattacapi ai nostri ingegneri e che hanno richiesto soluzioni innovative e creative. Ma il problema che ha veramente rischiato di far saltare il progetto è stato più che altro politico: superato il problema della dogana francese grazie alle nuove regole della comunità europea, rimaneva quello della dogana svizzera. Infatti equiparare i neutrini a merci avrebbe portato alla necessità di prevedere la presenza di un ufficio di controllo doganale svizzero nel tunnel che, oltre ad essere estremamente difficile da costruire per garantire condizioni di lavoro accettabili e sicure per i doganieri, avrebbe causato notevoli rallentamenti alla circolazione dei neutrini, riducendo notevolmente i vantaggi del progetto. Per questo fu intrapresa e vinta una battaglia politica per far rientrare i neutrini negli accordi di Schengen e garantirne la libera circolazione. Per questo tutta la comunità scientifica deve ringraziare i Ministeri francesi ed italiani degli Esteri e della Ricerca nelle persone dei rispettivi ministri, che hanno sempre appoggiato e creduto nel progetto. 


Se mi posso permettere, il successo in questo caso è senza dubbio dovuto al vostro rispetto per le persone più esposte ai vostri lavori e cioè gli abitanti di quei luoghi attraversati da quest'opera di immense proporzioni. Come avete fatto ad ottenerne la benevolenza senza riscuotere l'attenzione e quindi i riflettori dell'opinione pubblica o dell'informazione, restando nell'anonimato fino al completamento dei lavori?
- Come avrà notato tra le difficoltà appena elencate non facevo riferimento ad eventuali problemi con le popolazioni dei luoghi attraversati dal tunnel. Dopo l'approvazione del progetto fu convocato un grande incontro tra una delegazione degli scienziati del CERN e dei Laboratori del Gran Sasso, i rappresentanti di tutti i Ministeri coinvolti nel progetto e i rappresentanti, istituzionali e non, di tutte le realtà locali. Dopo qualche perplessità e paura iniziali, il progetto fu accolto benevolmente anche perché fu chiaro da subito il basso impatto di un tunnel costruito a decine di metri sotto il livello del terreno. Sorrido ancora se ci ripenso, ma un contributo determinante nell'accettazione del progetto fu dovuto a quel sano antagonismo e campanilismo presente tra le popolazioni europee: i francesi non volevano essere meno degli svizzeri, gli italiani meno dei francesi, i lombardi meno degli emiliani ecc… Così appena fu convinta una parte dei rappresentanti delle comunità locali, una specie di effetto domino rese tutto più semplice. 

Sono sicuro che questo che lei dice possa davvero incuriosire i nostri lettori, ma con questa separazione epocale non ritenete di poter affermare, con le dovute precauzioni del caso s'intende, che oramai non solo gli eventuali lavori di una Salerno-Reggio Calabria, ma persino quelli di un Ponte sullo Stretto possano considerarsi non più in fase embrionale? 
- Questa è una domanda naturale che molti italiani si saranno posti. Tengo però a precisare che nonostante l'imponenza e l'innovazione di questo nuovo tunnel perfettamente dritto che collega due laboratori lontani ben 750 Km l'uno dall'altro, attraversando zone geograficamente e morfologicamente molto diverse tra loro, è comunque un progetto relativamente piccolo e sicuramente meno impegnativo rispetto a quello di un'autostrada di circa 400 Km, che dispiegandosi su un territorio dal pianeggiante al montano attraversa ben tre diverse regioni italiane: i soldi ed il tempo speso non fanno che confermare questa semplice considerazione. Un discorso a parte andrebbe fatto per il Ponte sullo Stretto, ma non voglio sbilanciarmi non essendo un esperto del settore.

Come cambierà quindi il nostro mondo dopo questa vostra opera?
- La risposta a questa domanda non è facile, sicuramente nel campo della fisica permetterà studi sui neutrini impensabili fino ad oggi. Ma non dobbiamo limitarci a questo, il tunnel potrebbe essere utilizzato per lo studio e lo sviluppo di esperimenti nei più disparati campi scientifici, dalla geologia alla speleologia, dalla biologia alla medicina. Senza parlare poi di eventuali perfezionamenti e utilizzi su grande scala delle tecnologie sviluppate per la costruzione del tunnel, che potrebbe presto portare a radicali cambiamenti nei modi di pensare, gestire ed organizzare grossi centri abitati. Immaginate ad esempio fognature che scorrono a decine di metri sotto le città. Addio odori sgradevoli! Oppure alcuni di questi tunnel potrebbero essere usati per raggiungere falde acquifere o sorgenti sotterranee e dare il via a tutta una nuova branca del turismo. Perché precluderci delle possibilità, è nella natura umana pensare in grande e che cosa è il Tunnel se non questo, un grande pensiero che si è trasformato in realtà grazie all'impegno e al lavoro di tanti esseri umani.

Ha ragione dottore, è proprio vero, la ringraziamo per questa esauriente intervista. 
Con questo, cari lettori di Lettere e Giorni, attraverso le parole del professor G. istantanee italiche della nostra vorace capacità e del nostro estro laborioso, vi lasciamo con i vostri pensieri a considerare l'obiettivo raggiunto e quel comunicato, così incoraggiante del nostro brillante Ministro Gelmini, come a una pietra miliare su cui poggiare la speme futura.
A presto e buona lettura!
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