Quando
è notte e si ascolta un disco, una delle cose migliori che ti può accadere è
che il suono abbia un che di ovattato, magari tratteggiato di tinte scure in
cui poter navigare come in una nebbia lattiginosa, lentamente.
Avevo lasciato questo gruppo marchigiano in
tre e li ho ritrovati in quattro con la voglia di mettere la voce di
Krishnamurti come intro e con un assetto musicale cambiato con l’aggiunta di
una chitarra. Praticamente, invece, non è cambiata la loro abitudine di
stordire con le linee di basso, di costruire testi per lo più brevi e intensi
che risuonano ossessivi fino a lasciarti la traccia del loro eco e infine di
pubblicare un Ep che duri meno di venti minuti.

